Maria Oruña racconta ‘Quel che la marea nasconde’: “I libri non sono manuali, sono specchi”

«María Oruña è la nuova regina del crime»: così El País ha definito la scrittrice galiziana dalla cui penna è nato il personaggio già amatissimo della detective Valentina Redondo. E proprio a fronte del successo in terra iberica, l’editrice Ponte alle Grazie ha deciso di scommettere sull’autrice portando in Italia il suo romanzo più recente, Quel che la marea nasconde (pp.144 – euro 18,00) – già disponibile nelle librerie fisiche e digitali -. Una scommessa pienamente vinta, per un titolo coinvolgente che abbiamo avuto il privilegio di sentire raccontare direttamente dalla Oruña.

Difficile trovare un autore così disponibile a narrare il suo mondo, ad aprire le porte per far entrare nei meandri della sua creatività. María Oruña ci ha, così, regalato un momento prezioso per conoscere meglio la sua Valentina e le dinamiche affascinanti che hanno alimentato la scrittura dei quattro romanzi che coinvolgono la detective.

Quel che la marea nasconde, Ponte alle Grazie

Come si inserisce Quel che la marea nasconde nella sua produzione letteraria?
È il quarto libro di una saga ma ogni romanzo è indipendente e autoconclusivo, con trame e argomenti chiusi, quindi si può scegliere di leggere ogni titolo in modo autonomo. L’unico elemento che torna è la stesa detective, Valentina Redondo. Questa volta volevo scrivere un mistero ambientato in una stanza chiusa, e non c’è niente di più chiuso di un veliero in una baia. Una sfida di ingegno, una provocazione anche per i lettori che provoco con delle citazioni a inizio capitolo e attraverso tanti richiami tra le righe.

Quali temi ha toccato in questo romanzo? Perché?
È stato un viaggio molto divertente da compiere con un invito a riflettere sugli strati del romanzo e sulle sue diverse dimensioni. Tra gli argomenti che tocco ci sono femminismo, politica, potere, ecologia… non ho rinunciato a nulla. I temi, al di là dall’indagine, danno solidità alla storia a partire dal dolore che Valentina porta con sé. Oggi i lutti sono brevi, quasi asettici, ma se ci fate caso nella trama la protagonista affronta il suo dolore così come Pablo che vive una vita reinventata. La decisione di Valentina nasce dalla consapevolezza di essere diventata tossica per le persone attorno a sé quindi ha scelto di allontanarsi. Coraggio o codardia? Io non giudico, ognuno ha la propria soluzione.

Ci sono state figure o personaggi a cui si è ispirata per questa storia?
Per quanto riguarda la vittima, Judith, non mi sono ispirata a personaggi letterari ma a persone conosciute con il mio lavoro di avvocato. Non descrivo mai questo personaggio in maniera diretta ma attraverso le opinioni plurali di chi l’ha conosciuta. È attraverso il quadro parziale che si compone un mosaico: la disegnano le persone sulla barca e non solo. Per me rappresenta la donna trionfatrice ma volevo anche che fosse il riflesso sociale di quello che ho visto per quanto riguarda le donne nell’imprenditoria.

Non do mai risposte, lascio il lettore libero di riflettere e rispondere ai quesiti, se vuole. La voce narrante non prende posizione e non la prende l’autore, ma ognuno pretende di avere ragione. È anche una riflessione sociale.

E di Valentina, invece, cosa ci racconta?
Lei rappresenta la dualità sin dal primo libro. Volevo darle due facce e il fatto che abbia occhi di colore diverso è stata una scelta non casuale, anzi quasi sfacciata da parte mia. Ci dice che ognuno ha almeno due facce nella vita, in fondo nessuno ha lo stesso ruolo in famiglia e nella società, così come rispetto alle situazioni diverse tutti abbiamo sicurezze diverse. Nel lavoro Valentina e molto sicura, nella vita privata è un disastro; prova a risolvere le cose ma ci riesce sempre un po’ male. E non è un genio dalla grande furbizia, ottiene delle soluzioni perché tenace, perseverante e con un lavoro di squadra.

Foto Ufficio Stampa Ponte alle Grazie

Ma si riconosce in qualche personaggio in particolare?
Io sono tutti i miei personaggi e nessuno di loro, c’è qualcosa di me in ognuno. E poi i libri non sono manuali di comportamento, sono specchi.

Perché ha scelto proprio Santander per Quel che la marea nasconde?
Risponde al fatto che lì potevo trovare quella società borghese tipica dei romanzi di inizio XX secolo che volevo omaggiare. I luoghi devono offrirmi l’universo di base, e parto da qualcosa che sembra impossibile per poi sciogliere la situazione con la scienza e la logica. Quando ho visto quel luogo per la prima volta ho subito pensato che fosse perfetto per una storia, ma le ,mie idee devono sedimentare un po’ prima di andare in ebollizione e uscire dalla mia penna.

Accennava agli indizi e alle citazioni riportate all’inizio dei capitoli. Che tipo di ricerca ha affrontato per trovare gli agganci più adeguati? E da dove nasce l’ispirazione per le storie?
Faccio una ricerca molto ampia per ogni libro, cercando di trattare generi di romanzi e thriller con stili diversi. Il trucco è evitare che si veda il lavoro di ricerca dietro le quinte anche se il processo di ricerca è davvero lungo. Può durare un anno e procedo completando una sorta di mappa geografica in cui distribuisco le varie informazioni dosandole. Inizio a scrivere una storia per intuito, non c’è nulla di pensato a tavolino. Funziona tutto con l’emozione che, in questo caso, è partita dall’idea di un mistero in una stanza chiusa. Per documentarmi, poi, ho parlato con medici legali, con la guardia civil… i miei non sono mai romanzi scabrosi, mi piace mantenere una certa eleganza nel testo.

La mia vocazione è soprattutto letteraria, per cui va benissimo portare fino alla fine il dubbio su chi sia l’assassino ma voglio che il lettore si goda l’ambiente, l’emozione e la musicalità della scrittura, del romanzo. Una storia è come un orologio, con un meccanismo di cui vedi solo il quadrante e non l’ingranaggio sottostante che però deve essere perfetto perché tutto funzioni. Non è una competizione per capire chi sia più furbo, è il viaggio del romanzo che a me interessa.

Che rapporto ha voluto creare fra lettore, Valentina e gli altri personaggi?
L’ambientazione storica fa viaggiare il lettore con me e quello che cerco di fare è stimolare delle domande su ciò che ogni personaggio pensa. E il lettore è sempre in vantaggio sulle conoscenze che ha il detective con la sua squadra: finirà per chiedersi se la vittima fosse davvero cosi malvagia o se i personaggi indiziati siano davvero così bravi. Ogni lettore deciderà come rispondere perché il libro non fornisce risposte.

María Oruña (Vigo, 1976), laureata in Legge, ha esercitato per dieci anni come avvocato. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, La mano del arquero, e nel 2015, con il successo internazionale di Puerto escondido, decide di dedicarsi interamente alla letteratura. Quel che la marea nasconde (Ponte alle Grazie) è il quarto libro della serie dedicata alle indagini di Valentina Redondo, e il primo tradotto in italiano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *