Adessoscrivo presenta il nuovo romanzo: “Da Geolier a Bersani, per scrivere mi serve la canzone giusta”

E poi tu, all’improvviso (Sperling & Kupfer) è il titolo con cui Adessoscrivo torna in libreria e, dopo un volume di poesie, sceglie la forma romanzo per una storia che fa di Napoli ben più che un contorno d’ambiente. Una città che si fa personaggio, che è anima dei protagonisti e dell’autore stesso, il quale, non a caso, nel capoluogo campano ha voluto trasferirsi per la stesura di queste sue pagine. Così i sapori, gli odori, gli scorci della città si snodano vividi a dare rotondità alle storie dei personaggi supportati da almeno un’altra presenza costante – su carta e nella vita di Adessoscrivo -: la musica.

Che tipo di percorso emotivo, e quindi di scrittura, c’è alle spalle di E poi tu, all’improvviso?
Ho iniziato questo libro prima di Manuale d’uso per una vita di merda (2021) per poi lasciarlo in stand-by perché avevo bisogno di buttare fuori cose che non avevano a che fare con il romanzo. Una volta finito Manuale, mi sono sentito più leggero per potermi concentrare su questo libro, che volevo entrasse più nei dettagli. Ogni cosa doveva essere al suo posto. Diciamo che con Manuale mi sono tolto ciò di cui non avevo bisogno.

Quanto in questo libro c’è di te e della tua vita?
Beh, c’è tanto, tantissimo, di Salvo e, per molti aspetti, è stata una liberazione. A partire dal racconto della fibromialgia, di cui soffro dal 2016: ho pensato che nessuno potesse raccontarla meglio di chi la vive. Mia madre ne soffre da vent’anni e, quando è toccato anche a me, ho cercato di capire cosa fosse e come viverla in prima persona. Da qui, l’idea che fosse anche giusto raccontarla dal punto di vista di chi ne soffre.

In queste pagine Napoli è molto più di uno sfondo, di un ambiente.
Sono nato a Palermo e Napoli è la città che vi somiglia di più. Per questo, forse, da parte mia è stato amore a prima vista. Quando visiti Napoli per la prima volta vedi e senti cose che possono scombussolarti ma, quando la vivi proprio, noti cose diverse. E io ho cercato di riportare una Napoli di cui si parla poco e che si conosce meno. Io a Napoli mi sono sentito a casa, come fossi uno di loro; ed è una cosa che non succede ovunque perché altrove, spesso, prevale una certa freddezza. Napoli invece è calda, accogliente e carnale.

Come sei riuscito ad addentrarti tanto nel cuore – urbano ma anche emotivo – della città?
Avevo in mente questa storia e sono andato a Napoli appositamente, per scriverla meglio; e, nel tempo, ho anche cambiato tanti punti di vista, una volta arrivato. Ho messo piede in città con un punto interrogativo: non sapevo cosa aspettarmi ed è stata una bella sorpresa. E poi ho avuto con me Federica che mi ha fatto da guida: tanti, tantissimi dettagli corrispondono al vero e sono poi quelli che ho messo nel libro, da quello che mi successe alla stazione al mio arrivo fino ai ristoranti.

Volevo che ci fosse un trasporto in modo che tutto fosse allineato: devo buttarmi dentro nelle cose, anche facendomi male. Tutto parte da quello che vivo: se non le vivo, molte cose non riesco a raccontarle nel modo giusto. Metto tutto insieme nello stesso vaso e poi lo tiro fuori. Non ho paura di mettermi a nudo, l’ho sempre fatto, e ne accetto tutti i rischi.

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All’interno del macro-mondo della città, troviamo poi il micro-mondo della scuola: come nascono le storie dei ragazzi che scorrono tra le pagine?
Mi piace pensare di raccontare le storie dei ragazzi. Alcune sono storie inventate, altre sono quelle che mi scrivono i giovani sui social;  in tantissimi mi raccontano di sé e delle loro vite, ogni giorno. Sono una specie di diario, di sfogo per molti, e questa per me è una responsabilità perché a volte temo di dare il consiglio sbagliato. Cerco sempre di pensare a chi ho davanti, a volte questi ragazzi hanno bisogno di una carezza altre volte di essere spronati.

Ogni capitolo è preceduto da un cappello introduttivo: come mai questa scelta?
Amo guardare le serie TV e questa struttura si ispira un po’ a Grey’s Anatomy, in cui la voce iniziale degli episodi apre la puntata e fa riflettere. Volevo fare la stessa cosa nel libro con una pausa di riflessione pre-capitolo. Oggi, poi, i libri vuoi o non vuoi devi anche fotografarli e queste anticipazioni fotografano il momento, che sia mentale o reale.

All’inizio di ogni capitolo c’è sempre una citazione musicale e la musica è anche molto presente nell’intreccio. Che importanza ha per te?
Scrivo tanto con le cuffie anzi, ti dirò, inizio a scrivere solo quando parte la canzone giusta. Altrimenti meglio che chiudo il pc, la musica per me è una specie di trasporto. L’eccessivo silenzio mi fa pensare troppo e non riesco a scrivere; sto attento, in particolare, alle parole e per questo non ascolto stranieri perché non capisco i testi che per me sono fondamentali. È come se quelle parole le accumulassi dentro. Per questo, ogni canzone che ho messo in E poi tu, all’improvviso era quella giusta per quel preciso capitolo.

Una playlist minima per questo romanzo? Ci metterei sicuramente Geolier, che rappresenta la strada; Gigi D’Alessio perché a Napoli non può non esserci; poi direi Samuele Bersani: E poi, tu all’improvviso è il libro giusto per la sua En Xanax. Infine, due giovani come Comete e Aiello.

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Ci sono artisti che ‘ritrovi’ in tutti i tuoi lavori?
Sì, ritrovo spesso nei miei libri artisti come Mecna e Ludovico Einaudi, poi c’è Fabri Fibra di cui ho un tatuaggio: è il pentagramma con i primi quattro quarti di Applausi per Fibra, una canzone che, addentrandosi, racconta di un disagio familiare e ha tutto un suo mondo.

E risalendo al titolo, come è nato?
Molti mi scrivono dopo la fine di un amore. Credo che ci siano tanti amori nella vita che insegnano qualcosa e dire che ‘finita una storia finisce la vita’ è una cosa forte. Io volevo dire alle persone che nulla finisce, può sempre succedere qualcosa all’improvviso e cambia tutto. Quindi, se qualcosa finisce, non abbiate paura perché quello che finisce insegna qualcosa. E poi il concetto di ‘all’improvviso’ raccoglie Napoli, Napoli È all’improvviso.

Chi vorresti come lettore di questo romanzo?
Intanto, i genitori. Credo che a volte facciano poca attenzione alla vita dei figli, anche solo perché sono indaffarati a vivere la propria ma così si rischia di lasciare indietro qualcuno. E poi i ragazzi, per spronarli e, perché no, anche i professori.. Volevo che Salvo imparasse dagli alunni tanto quanto gli alunni imparassero da lui: tutti dovremmo imparare qualcosa dagli altri.

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