‘Il digiunatore’ Giovanni Succi nel libro di Enzo Fileno Carabba: “Tra profeta e fenomeno da baraccone”

In tempi in cui si ha tutto e anche troppo (cose, persone, informazioni), di che cosa o di chi saremmo pronti a fare meno? Perché ci sono casi nei quali il digiuno sa trasformare un’assenza in occasione per alleggerirsi del sovrabbondante. Una via che suona quasi come un superpotere, difficile se non difficilissimo da raggiungere per non dire da mantenere. Eppure così straordinariamente prezioso, ieri come oggi. Ed è per questo che la figura del digiunatore assume tratti a metà fra il reale e surreale.

A uno di questi digiunatori, Giovanni Succi, è dedicato l’ultimo volume di Enzo Fileno Carabba, in libreria dal 13 gennaio per Ponte alle Grazie. Difficile dipanare tutti i livelli nei quali si muove una figura tanto complessa e carica di mistero come quella di Succi, che a volte ha i tratti dell’imbonitore altre quella del santone altre ancora quella del folle. In un quadro che sfugge alle definizioni e che proprio in questo trova la propria dimensione più autentica.

Il digiunatore di Fileno Carabba raccoglie lo spirito immaginifico di Giovanni Succi e lo racconta conservando l’equilibrismo tra storia e mistero, sollevando al contempo domande sulle verità non solo del protagonista ma anche riguardanti noi stessi. Ed è allora che la suggestione di una vita passata non smette di parlare, affascinare, interrogare e incantare anche a decenni di distanza.

Non a caso, una delle parole che riportano alla genesi stessa del romanzo è incontro, una delle più ripetute in occasione della presentazione dell’opera. “Per quanto mi riguarda, l’incontro è avvenuto dentro il libro, con il personaggio di Giovanni Succi di cui non avevo mai sentito parlare”, spiega l’editor Cristina Palomba. “Credo che lo spirito di Succi abbia abitato quello dell’autore: c’è un’identificazione molto profonda tra scrittore e personaggio, come se il personaggio sia sceso proprio verso di lui. Come una vera e propria magia che da due materiali diversi accende un fuoco creativo”.

Le parole dell’autore

Come ha ‘incontrato’ il personaggio di Giovanni Succi?
Il primo contatto è stato in una lettura di Kafka dedicata ai digiunatori. Anni dopo, in occasione di una mostra, ho cominciato a documentarmi e ne sono rimasto affascinato. Mi ha colpito tantissimo la sua capacità di trasmettere, almeno a me, un senso di felicità. Per mesi mi sono immerso nel personaggio fino a scoprire che un’amica ne era parente: mi ha raccontato altri aneddoti su di lui. Insomma, è stato un insieme di scintille, una combinazione particolare e unica. È stata un’esperienza bellissima, fatta di immersione e incontri.

Qual è stata la difficoltà maggiore nella scrittura di questa biografia?
Per me è stato l’inizio dei grandi successi di Giovanni. L’infanzia, la vita in Africa e il manicomio mi hanno coinvolto in modo meraviglioso, quando invece sono arrivati i trionfi ho incontrato qualche difficoltà. Questo perché gli incontri sono stati talmente incredibili da finire per risultare ripetitivi. Quindi, scegliere non è stato sempre facile così come rendere credibile una vita incredibile.

A questo proposito, il mistero ammanta anche di sacralità il suo protagonista…
È una cosa voluta, certo. Quello di Succi è un personaggio enigmatico e così volevo mantenerlo, senza dare risposte. C’è una tradizione millenaria del digiuno che assume varie forme, anche quella religiosa, da Gesù a Buddha. Penso che Succi avesse davvero delle capacità straordinarie, e su questo anche molti scienziati erano concordi, ma in cosa consistessero non era ben chiaro a nessuno. Avrebbe potuto benissimo diventare il fondatore anche di una nuova religione… è sempre in bilico tra profeta e fenomeno da baraccone, è questo che mi è sempre piaciuto moltissimo.

La copertina aggiunge anche un ingrediente in più, quello del gioco.
È una scelta dell’editore che mi piace moltissimo, anche perché ha qualcosa di leggiadro. Digiunatore come parola può intristire e richiamare la fame, ma così diventa qualcosa di  leggero, luminosa e aggiunge l’elemento della giocoleria come cultura antica e persistente.

Anche la suddivisione in capitoli brevi è una scelta editoriale o è un suo modus operandi?
È stata una mia scelta perché in generale amo il capitolo breve. Mi sono accorto che il romanzone coi capitoli lunghissimi non mi piace proprio. Condensare in poche pagine molte cose è molto liberatorio e, nel caso di Succi, in ogni capitolo accadono grandi cose, importanti per il protagonista. Idealmente non volevo capitoli di transizione e scrivere così, per me, è stato inebriante

Ma se fosse vissuto oggi, Giovanni Succi come sarebbe stato considerato?
Forse oggi sarebbe potuto diventare un grande performer ed entrare nella st0ria dell’arte contemporanea.È difficile fare una ‘diagnosi’, oggi come ieri potrebbe essere considerato un pazzo. A me piace pensarla come diceva Cesare Lombroso, ovvero che Succi se pazzo è stato, lo è stato ogni tanto. E una cosa che mi ha affascinato tantissimo, per esempio, sono state le classificazioni delle malattie mentali dell’epoca. Un uomo che si è chiuso in un recinto certamente qualche caratteristica particolare doveva averla.

Giovanni Succi è un personaggio che non abbandona mai il senso della meraviglia infantile. Amo i personaggi reali che sembrano falsi, storie che sembrano parabole. Succi è un incredibile sognatore, indistruttibile e indomabile – e, quindi, anche invidiabile – al confine tra sogno e realtà.

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