Malika Ayane e il suo ‘malifesto’: “Racconto un presente in cui si vive e si osserva”

Da venerdì 26 marzo è disponibile malifesto (Sugar), il nuovo album di Malika Ayane reduce dal Festival di Sanremo 2021 con il brano Ti piaci così. Attraverso le dieci tracce del progetto, l’artista percorre altrettanti stati emotivi resi manifesti in note e parole con la sua voce raffinatissima e moderna.

Naif, Domino e ora malifesto: che legame c’è fra questi lavori?
Malifesto è il mio terzo album sul presente, dopo Naif e Domino. E devo dire che da entrambi ha preso qualcosa. Dal primo ha preso il bisogno di raccontare la vita nella sua visceralità, mentre dal secondo ha tratto il bisogno di osservare. Nella mia piccola storia credo di essere riuscita a raccontare un presente in cui si vive e si osserva contemporaneamente, senza giudicare o farsi prendere troppo a una parte o dall’altra.

Ph. Cr.: Julian Hargreaves

Come canti il presente in un momento in cui questo stesso presente è particolarmente inedito?
Non voglio trattare questo momento come qualcosa che abbiamo solo da subire: questo è il nostro presente in cui conduciamo le nostre vite. Il nostro quotidiano si è spostato inevitabilmente e osserviamo il mondo diversamente adattando anche il nostro modo di provare emozioni rispetto al contesto.

Da donna e da mamma come stai affrontando le limitazioni di questi dodici mesi?
Ogni giorno attraverso tantissimi stati d’animo diversi, la notte mi sveglio continuamente come molte persone in questi mesi. Passo da momenti di sconforto all’entusiasmo per l’uscita del disco e non posso negare che mi sento fragilissima e piccolissima. Ma sento anche la responsabilità verso mia figlia, verso la mia famiglia e verso chi mi vede di dare messaggi di ottimismo. Io, poi, sono una persona ottimista di natura e sento che la mia posizione di essere umano, prima ancora che di artista, è quella di doversi tenere insieme perché chi mi guarda sia portato a tenersi insieme a sua volta.

Torniamo a malifesto: ci sono tante firme in questo lavoro…
Sì, ho coscritto con tante teste meravigliose, a partire da Colapesce e Dimartino, prima che tutti li amassero. Mi hanno mandato due brani, uno lo adoravo ma era incantabile per me – alla faccia di chi dice che posso cantare di tutto! – e l’altro è diventato Telefonami. Un brano pop ma non troppo su cui io e Pacifico siamo intervenuti nel testo mantenendo l’impronta leggera e il modo di guardare alla canzone dei suoi autori.

In queste tracce c’è l’analisi vissuta di emozioni diverse e la pluralità di scrittura è stata importante per avere diversi punti di vista da raccontare attraverso la mia vocalità.

E in merito alla produzione come hai lavorato?
Questo album, tra l’altro, è il primo realizzato completamente in Italia dopo l’esperienza berlinese  dei precedenti e anche la produzione è tutta italiana, curata da Antonio  Filippelli e Daniel Bestonzo. L’ispirazione produttiva arriva dalla musica contemporanea francese, con una cura della scelta dei suoni perché fossero pochi, caldi e non totalmente analogici. Credo che il risultato sia perfetto per quello che desideravo.

Prima ancora dell’ispirazione d’oltralpe, quale è stata l’idea di partenza per i suoni di malifesto?
Pensavo a un disco che si potesse ascoltare in appartamento ma anche in auto, quindi che accogliesse e incalzasse, e non fosse limitato a un certo contesto della giornata. Ho proposto quest’idea ai produttori e dopo una ricerca sui vari riferimenti ci siamo messi a suonare: dapprima abbiamo registrato al pianoforte per mettere al centro la voce. Lo strumento principale è il basso e da lì abbiamo aggiunto ogni suono, scelto in maniera molto umorale.

Ogni volta che preparo un disco, allego ai produttori delle immagini che mi ispirano e stavolta ho aggiunti anche delle scene di film. C’è molto del cinema francese Anni Sessanta in malifesto: esprime bene quel senso di passionalità distaccata e malinconia rarefatta.

Il titolo, invece, come ti è venuto?
Oh, il titolo nasce perché trattandosi di una serie di emozioni raccontate attraverso degli istanti, il gioco mi era facile: ‘Malika che manifesta emozioni’ quindi ‘malifesto’. È un modo per giocare con il mio nome cosa che a me piace sempre tanto fare. L’ironia e il prendersi anche un po’ in giro è fondamentale.

Malika ieri e oggi: che artista senti di essere?
La Malika di ieri è fondamentale per quella di oggi: ripeto spesso questa frase, “essere diversamente gli stessi”. Negli ultimi anni stavo diventando troppo scientifica nella ricerca dei suoni e nell’approccio per album, è stato così per Domino. Ho guadagnato il riscoprire una certa essenzialità, ricordandomi di quando, da ragazzina, avevo solo la voce per farmi ascoltare dagli altri. Che cosa ho perso? Ho perso qualche paranoia di troppo: quelle le ho disseminate lungo la strada.

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