Sanremo 2021, Ermal Meta: “Una ballad ‘verticale’ per il Festival”

Ritorno a Sanremo per Ermal Meta che, dopo aver calcato il gradino più alto con il collega Fabrizio Moro, nell’edizione del Festival 70+1 porta Un milione di cose da dirti (testo di Ermal Meta / musica di Ermal Meta e Roberto Cardelli). Il brano anticipa il nuovo album di inediti Tribù urbana, in uscita venerdì 12 marzo. Le parole del cantautore a poche ore dalla kermesse.

Con quale attitudine vai a Sanremo?
Non mi aspetto di andare lì per fare una nuova scorpacciata, questa volta lo spirito è completamente diverso. Tornare dopo essere stato sul gradino più alto potrebbe fare pensare che voglia vincere ancora ma io vado lì solo per un motivo: Sanremo è l’unico palco su cui possa salire in questo momento e la voglia è e quella di fare ascoltare una canzone che fa parte di un bouquet di canzoni che è il disco Tribù Urbana. Perché ho scelto Un milione di cose da dirti? Perché è semplicissima e volevo andare a Sanremo con un bpm più lento.

Parlaci un po’ del brano, come e quando è nato?
Ho scritto questa canzone tre anni fa, vomitata esattamente in dieci minuti, mentre attraversavo un periodo particolare di grande solitudine. Era da poco iniziata la mia carriera solista e la mia vita era piena di piccole e grandi scosse di assettamento. Avevo un blocco emotivo interiore e l’unica cosa che potevo fare era scrivere una canzone per potermi liberare. Mi sono messo in gioco, immaginando di parlare con qualcuno che in quel momento non c’era e probabilmente è per questo motivo che ho parlato in maniera molto aperta.

Ph. Cr.: Emilio Timi

Come definiresti Un milione di cose da dirti, con una sola parola?
È una canzone d’amore verticale, nel senso che parte da un punto e cerca di salire ma se finisce, ecco io non lo vedo. La considero una semiretta che parte ma non sai dove va a finire e io voglio lasciarla aperta. Per me, questo brano ha la gioia della consapevolezza di aver avuto qualcosa di importante e non pone l’attenzione al dolore di averla persa.

Ascoltando l’album viene da chiedersi perché non ha scelto per Sanremo Stelle cadenti: ci avevi pensato?
La tentazione di portarla a Sanremo l’ho avuta solo che poi, da più parti, ho avuto lo stesso input e cioè che Un milione di cose dai dirti fosse una canzone più adatta all’interno del mio percorso. Non sono mai andato a Sanremo una ballad e mi sembrava la cosa giusta. Stelle cadenti troverà sicuramente il suo spazio: è una fotografia fatta da un ubriaco, molto artistica ma poco nitida, quindi è più estiva…

Quanto coraggio ci vuole a portare Caruso sul palco del Festival nel giorno in cui ricorre il compleanno di Lucio Dalla?
Ma sai che non avevo calcolato le date? Ho scoperto la coincidenza poco più di una settimana fa quando me lo ha fatto notare la mia fidanzata. Ho scelto Caruso, la canzone che tutti mi hanno sconsigliato di fare, perché sono fatto cosi: cerco di andare anche un po’ contro quello che può essere un consiglio saggio (sorride, ndr)! Preferisco misurarmi con i miei limiti indossando guanti di velluto perché so di toccare una cosa che dovrebbe essere intoccabile. Magari sbaglierò ma mi voglio misurare con questa canzone. Diciamo che tiro una punizione al 93°.

E come è nata, invece, l’dea di farti accompagnare dalla Napoli Mandolin Orchestra?
L’idea del duetto è stata un’idea del maestro Diego Calvetti che mi dirige. Gli avevo suggerito che avrei voluto fare Caruso con dei mandolini che fossero di Napoli e quando mi ha parlato dell’orchestra mi ha gasato. Saranno in quattro, per via delle limitazioni.

Se al posto delle cover avresti dovuto interpretare il tuo brano con un ospite, che scelta avresti fatto?
Guarda, preferisco la serata delle cover perché sono canzoni conosciute anche dai sassi e, quindi, ti misuri con qualcosa che la gente conosce; al pubblico si richiede meno sforzo e si può concentrare di più sull’interpretazione. Se ci fosse stata serata con ospite probabilmente avrei voluto con me i Tiromancino o Samuele Bersani.

Esibirti davanti a un Ariston vuoto come ti fa sentire?
Cantare davanti a un teatro vuoto è strano, soprattutto in un festival come quello di Sanremo dove la platea è appassionata. Beh, fino a una certa ora per la verità (sorride, ndr). Se fosse un concerto sarebbe diverso ma, in questa edizione, il ruolo più difficile non è quello dei cantanti ma di Amadeus e Fiorello che per tre ore devono parlare davanti a sedie vuote. Quindi, la mia massima solidarietà va ai conduttori.

La pandemia come ha segnato questo tuo ultimo anno?
Mi ha messo i bastoni tra le ruote ma ci sono state ruote molto più importanti della mia. Questo virus ha cambiato il volto del nostro mondo e ne usciremo diversi, saremo cambiati, credo, per sempre nonostante la capacità che abbiamo di dimenticare quello che ci fa male. Ma ho avuto anche il tempo per concentrarmi su quello che stavo scrivendo e sulla voglia di tornare in un certo modo.

E sei tornato con No Satisfaction, accompagnato da un videoclip diverso dai precedenti. È cosi?
Per mia mancanza, non ho mai posto attenzione ai videoclip pensando che fossero più estetica e che contasse la canzone come sostanza. Invece mi sono reso conto che sempre di più l’estetica dei video diventa importante; così ho cominciato a curare quell’aspetto e credo che anche il videoclip di Un milione di cose da dirti potrà piacere…

C’è un messaggio che vuoi lanciare con Un milione di cose da dirti?
Non ho messaggi particolari da lanciare perché a volte non è necessario. Vado al Festival con un proposito squisitamente musicale e cioè voglio salire sul palco per cercare di cantare al meglio la mia canzone e la cover. L’unica cosa che mi interessa è che chi mi ascolta si emozioni insieme a me perché, sicuro, io sarò molto emozionato. Lo sappiamo, l’emozione sa attraversare anche uno strato di pelle anche molto dura.