Sanremo 2021, Gio Evan e la sua ‘Arnica’: “Una botta di nostalgia felice”

Un album diviso in due parti – Maredeucato (Polydor/Universal Music) con dieci canzoni nella prima, altrettante poesie nella seconda – e un libro di poesie – Ci siamo fatti mare (Rizzoli): questo è il progetto con cui Gio Evan arriva al suo primo Festival di Sanremo. Un ambiente, quello del mare, che per un montanaro come Evan ha rappresentato una vera e propria rivelazione.

Partiamo da Arnica.
Arnica è la prima canzone che ho scritto al piano, di solito riesco a scrivere e comporre solo alla chitarra. Sentivo che Arnica era nell’aria ed è arrivata dopo un incidente durante un’arrampicata su una parete rocciosa; in ospedale ho iniziato a scrivere. Ero a terra ma sentivo il bisogno di mettermi a suonare, così mi sono fatto comprare una tastiera e lì è venuta Arnica.

E simbolicamente che cosa è ‘arnica’ per te?
In questo momento sono ben affiancato ad Arnica, che rappresenta in pieno me stesso: le sue parole mi fanno da pelle. È una botta di nostalgia felice, mi piace quello stato e lo celebro nella canzone perché è una sensazione rara, un bel tempio in cui sedersi. La mia arnica sono tante cose, io lo chiamo mandala. È ripetere un procedimento affinché ci si concentri in noi stessi – quello che il cristianesimo definisce contemplazione –  e uno dei momenti in cui succede è quando faccio climbing. Sono nato per questi viaggi in verticale in dialogo con la roccia.

E a Sanremo, invece, avevi mai pensato prima?
Non ho mai sognato Sanremo, forse era il sogno del mio manager e di tanti altri attorno a me; ma sono contento di esserci. Non mi sono mai reputato capace di poter andare lì ma la vita sa farti anche fa questi regali e mi tremano le gambe. Anche se pratico meditazione, di fronte al palco di Sanremo anche la cultura della meditazione si inchina. Spero che il mio tremare almeno mi aiuti in una coreografia di ballo.

Arnica mi ha accompagnato dall’incidente alla fase di accettazione, mi ha curato in una fase della vita.

Nella serata delle cover hai scelto di portare Pezzali e sarai in buona compagnia…
Porto Gli Anni di Max Pezzali perché mi ricorda molto Arnica, come se la protegge. Ho fatto in modo fosse l’‘arnica’ di Arnica. E volevo aver con me degli over 60 non famosi, non volevo delle celebrità ma persone con cui relazionarmi meglio. L’idea dei quattro finalisti di The Voice Senior è venuta alla mia casa discografica e mi è piaciuta subito. È qualcosa di vivo: quando ci siamo conosciuti i loro occhi erano pieni di vita.

Gio Evan: il nuovo album è ‘Mardeducato’

Il brano fa parte del tuo nuovo album, ‘Mareducato’: cosa c’entra un amante della montagna come te con il mare?
Per sfida mi sono trasferito a pochi chilometri dal mare e mi sono ricreduto. Al tempo non potevo paragonarlo il mare a quello che mi dava la montagna. Ma devo dire che guardare il mare in inverno mi ha schiaffeggiato lo spirito: in montagna  puoi rifugiarti e nasconderti, al mare no. Il mare pareggia i conti con tutti, anche con la terra, è indomabile. Il mio ego aveva bisogno di scoprirsi ancora più incapace di fronte a tanta potenza, mi ha schiarito le idee e mi ha fatto bene. Mi ha regalato una nuova educazione e gli dovevo un ringraziamento

E come si diventa ‘mareducati’?
Non sono un’amante della formazione scolastica tradizionale. Il mio vero percorso è iniziato dopo i quattordici anni praticando la montagna e l’agricoltura ed è poi continuato fuori dall’Italia, in India, la mia prima vera rinascita. Ero praticamente un pellegrino, un viandante quasi francescano, e da lì sono passato in Sud America. Il percorso per diventare ‘mareducati’ è disintossicarsi dal mondano, dal mercato, da quello che ci spinge a una ricchezza materiale. Pratichiamo la ricchezza dello spirito.

Senti di essere più poeta o musicista?
Nessuno di questi, mi sento una palla di energia e vibrazioni, e vedo la vita come se fossimo interferenze. Mi sento una frequenza che vibra a una cera altezza e la musica mi aiuta a sintonizzarmi con le profondità che ho dentro di me. Mi accompagno a chi vibra alla mia altezza, cerco di imparare da chi vibra più in alto di me e cerco di non lasciarmi ammaliare da chi sta più in basso.

La mia poetica è fatta di intuizioni, vivo delle epifanie a cui rispondo presente.

La pandemia ha influito su di te?
La pandemia ha avuto un impatto forte su di me, come su tutti, è stata una bella botta. Avevo un biglietto per l’Equador e strapparlo mi ha fatto piangere. Da lì è iniziata un ricerca di accettazione e di consapevolezza.

Che rapporto hai con la solitudine e, soprattutto, come pensi di ‘sopravvivere’ durante la full immersion sanremese?

L’elemento reggente che farà sì che non esploda è la meditazione. La solitudine ti permette di gestire situazioni come le calche e le folle. Se non praticassi una vita molto solitaria probabilmente impazzirei a un certo punto ma ovviamente la gestisco sempre a modo mio e, anche se non posso spoilerare, farà sicuramente notizia una cosa che porterò fuori Sanremo. Lì capirai come faccio: c’è un chiaro attrezzamento, una postazione dove cui riuscirò a gestire bene i miei panici.