Paolo Simoni, racconta l’album ‘Anima’: “L’arte ci salva sempre” INTERVISTA

Anima è il titolo del nuovo lavoro del cantautore Paolo Simoni, che torna con dieci tracce piano e voce nel’essenzialità delle quali si tratteggia un mondo intero. Ogni brano delinea, infatti, storie singole e insieme collettive cosicché il racconto musicale che ne deriva si muove sempre lungo la traiettoria della condivisione.

Dal 5 febbraio è disponibile il tuo nuovo disco: come hai scelto questo titolo è qual è la sua, di ‘anima’?

Anima non è solo un titolo ma un invito concreto a far esprimere ed emergere quella che è la nostra parte invisibile. In un momento storico dove il materialismo impera, credo sia importante ricordarci che l’uomo non è solo costituito di carne. Anima è anche il senso estetico di questo mio nuovo lavoro. Queste canzoni si mostrano per come sono, senza sovrastrutture o trucchi addizionali.

Anima è una bella donna svestita, spettinata e struccata prima di andare a dormire. Attraverso l’anima noi sperimentiamo il mondo e codifichiamo la vita. È un invito a tornare all’essenza e alla semplicità delle cose, rispecchia anche la mia “Anima”, che definirei romantica, curiosa, appassionata, amante dei dettagli e della vita in generale. La mia anima insegue la bellezza e rifiuta lo scontato, la mediocrità, il pensiero debole. Attraverso la musica e le parole cerca un contatto nel mondo.

Dieci brani piano e voce: quanto coraggio, o come scrivi tu quanta pazzia, ci vuole per pubblicare un progetto di questo tipo?

Sì, un pazzo consapevole però. Se a trentasei anni ho deciso di continuare a seguire questa vocazione un motivo preciso c’è. Non mi piace la maggior parte della musica che sento in giro e così ho voluto io per primo realizzare un album sincero e suonato. Non mi piace questa intromissione continua e assoluta della tecnologia nella creatività. Ne siamo succubi e guardiamo più al contenitore che al contenuto. La cosa, secondo me, ci è sfuggita di mano.

Il grido che lancio è: torniamo a fare i dischi come vanno fatti e basta con quest’ansia delle visualizzazioni e dei mi piace.

Quale percorso di composizione e di ispirazione hanno alle spalle le tracce di ‘Anima’?

Per i motivi che ti ho detto prima, un giorno ho chiesto udienza alla Dea Musica. Le ho detto: stammi accanto ed io ti prometto che niente e nessuno si intrometterà. Così è stato. Ho aperto la mia creatività senza ascoltare nessuno. Mi sono domandato quale fosse il mio posto nel mondo come artista e questo lavoro è la mia risposta. Una volta finito l’ho consegnato senza possibilità di replica. O così o niente.

Dal punto di vista dei contenuti, i testi tracciano storie individuali e quadri collettivi: qual è il sentimento che prevale in questa tua narrazione?

In generale quelli collettivi. Amo di più raccontare cose che riguardano gli altri. Quando descrivo dettagli personali cerco sempre di immedesimarmi nell’altro. In fondo siamo tutti collegati e a modo nostro viviamo le stesse emozioni. Come le racconti però fa la differenza. Dipende da che punto decidi di fotografarle. È fondamentale questo.

Nell’album si legge anche il nome di Roberto Vecchioni: come è stato collaborare con il professore?

Meraviglioso. Roberto ha suggellato con la sua presenza questo disco e anche la mia posizione di cantautore. Nella vita servono conferme e te le devono dare gli altri. Roberto era ed è un mio riferimento culturale preciso. È un poeta del cuore e conoscerlo è stato uno slancio vitale.

Le nostre abitudini di ascolto sono sempre più popolate di suoni elettronici e sempre meno di note suonate. Credi sia necessario rieducare all’ascolto della musica o quantomeno di certa musica?

Assolutamente sì. Oggi non sappiamo più ascoltare la musica e definiamo “artisti” personaggi che secondo me dovrebbero tornare a scuola e soprattutto a farsi un bel bagno caldo nell’umiltà. Ai giovani viene venduta l’idea del successo a tutti i costi e non quella di studiare e prepararsi. Con un app imbastiscono una base nemmeno suonata da loro, ci cantano dentro con l’autotune e pensano solo a quante views comperare per rendere il loro prodotto virale.

Tonino Guerra diceva: “devi essere pieno tu di cose”, se sei vuoto vai in giro solo a fare il patacca. E si vedono i risultati, aggiungo io.

In questi tempi incerti, quanto la musica e la cultura hanno bisogno di essere valorizzati? E quanto possono arricchirci?

L’arte ci salva sempre. In questo momento storico più che mai. Però vuole essere rispettata e chiede agli uomini degli sforzi. Cosa che non stiamo facendo. Ho un piccolo suggerimento a tal proposito: far parlare solo chi è competente e ha qualcosa da dire. Dare spazio ai musicisti veri e agli uomini di pensiero. Allargare il campo, lo spazio televisivo e radiofonico a queste persone. Solo così se ne uscirà e potremmo dare vita ad un nuovo Rinascimento. Ci vuole coraggio… per non dire qualcos’altro in lingua romagnola!

Il settore musicale e in generale quello dello spettacolo dal vivo è ancora cristallizzato: come giudichi il fatto che, per esempio, i teatri siano ancora chiusi?

Viviamo in tempi ostili. È come chiedere a gente che vive sotto alle bombe se ha voglia di andare a teatro. Questo Stato però negli ultimi mesi ha dettato regole strane, inconcepibili su molti aspetti. I teatri chiusi sono la morte. Se l’intento è quello di lasciarci a casa a poltrire su Netflix, allora sono sulla buona strada per portare il paese ad una desertificazione culturale. Ho un suggerimento anche qui: realizzare quantità industriali di programmi in tv (magari dai teatri stessi) che riguardino la musica e lo spettacolo (vero) e fare lavorare tutte le maestranze che ora sono a casa. Riempire i canali di progetti belli e chiudere i programmi trash o metterli in seconda serata, come spesso fanno con le cose importanti.

Qual è il tuo augurio per questo 2021?

Di tornare a vedere le persone con il loro lavoro, con la loro dignità, di ritrovare un’umanità più rispettosa e sensibile e soprattutto di vedere gli artisti rispettati.

Foto di copertina: Ray Tarantino

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