Ligabue, trent’anni in ‘77+7’: “Quando non mi sentivo pronto. Oggi? Dobbiamo riuscire a non avere paura”

Avrebbe dovuto essere l’anno della festa, l’anno dell’ennesimo Campovolo – ora RCF Arena – con cui celebrare trent’anni di carriera. Ma la pandemia ha rimandato il concerto e Luciano Ligabue in qui tre decenni alle spalle si è rifugiato come mai prima d’ora. O meglio vi scavato a fondo e da quegli anni sono venuti alla luce il libro È andata così (il primo completamente autobiografico) e un nuovo progetto discografico che è la summa di quel che è stato guardando già a quel che sarà.

Venerdì 4 dicembre esce l’album di inediti 7 e il cofanetto 77+7, con tutti i singoli che il rocker ha pubblicato negli anni. “Era un anno in cui avevamo in testa tante cose per festeggiare e innanzitutto il concerto – spiega Liga in conferenza stampa – ma siamo stati costretti a fermarci e a guardare il passato, cosa che ho fatto per la prima volta in 30 anni.

Forse ho pubblicato anche troppo ma sono sempre andato avanti a testa bassa, senza soffermarmi troppo a pensarci e questa tragedia ha fatto uscire la voglia di raccontare la mia storia attraverso i miei occhi. È stato magico vedere quanti singoli sono usciti, una media di un brano ogni cinque mesi, e mi ha colpito l’attenzione nei miei confronti durante questi anni per non dire della magia di quel numero, 77…

E qui si deve necessariamente aprire una parentesi.

Il significato del numero 7 per Ligabue

Il numero 7, coi sui vari composti, torna più e volte nella vita di Ligabue e risale a una lettera, in un incrocio curioso fra cifre e missive su carta. “Il 7 è il mio numero preferito, e va bene, chi se ne frega direte – inizia a raccontare Luciano – Dopo l’uscita di Buon compleanno Elvis, quando arrivava ancora posta a mano, fui colpito in particolare due lettere di due numerologhe che mi facevano sapere che ero ‘un 7 che cammina’.

Mi sono informato: il mio nome Luciano ha sette lettere, il mio cognome ha sette lettere, San Luciano cade il 7 gennaio; e ancora: le mie iniziali LL sono due sette rovesciati, il mio primo concerto fu 1987 e nel 1997 ci fu il primo stadio, la mia traccia più famosa Certe notti era la numero sette nell’album. … Inizialmente ho usato queste coincidenze come pretesto, poi ho pensato: perché inimicarsi le stelle? Così, in questa chiusura di cerchio del trentennale mi sembrava giusto celebrare questa amicizia con il numero attraverso l’uscita degli inediti e con il cofanetto 77+7.

In questi mesi eravamo sempre lì a mettere mani in archivio e guarda caso i brani usciti fuori sono sette, tutte nuove canzoni che hanno un seme nel passato quindi rientravano pienamente in questa festa. Ed è per questo che le abbiamo fatte uscire.” Fine del racconto e chiusa parentesi.

Questo progetto ha un piede nel passato con La ragazza dei tuoi sogni perché era il pezzo più avanti nel provino, mentre il brano che si proietta di più verso il futuro forse è Si dice che, canzone ironica su quanto tendiamo a commentare ogni cosa social dicendo tutto e il contrario di tutto.

Certo, scavare in trent’anni è come guardarsi allo specchio e il bilancio di Ligabue è una bilancia tra alti e bassi. Fra gli alti, da artista, lo stare sul palco è l’acceleratore emotivo che ha mosso la produzione di Luciano. “Ho cominciato questo mestiere dopo che, a 27 anni, tenni il mio primo concerto. Era davanti a cento persone che erano tutti amici miei ,su un palco di mezzo metro, due luci in condizioni al limite del ridicolo. Ma quello che ho provato quella prima volta lì ha fatto sì che cercassi di fare tutto il possibile per replicarlo il più volte possibile.

Ph. Cr.: Ray Tarantino

Fare concerti, avere davanti qualcuno che rimbalza l’emozione che sto provando con gli occhi, le espressioni, il suo stesso corpo… Non riesco a pensare che i live si possano ridurre a noi che facciamo una prova in sala. Per come vivo la musica l’elemento umano ai concerti è imprescindibile. L’esperienza del vivere il concerto non è paragonabile a nessun’altra, è quella in cui più ti lasci andare in mezzo a ad altre persone.

Ma anche bassi, quando ci sono stati, sono stati infimi, come quando Luciano arrivò a pensare di mollare la musica. “Sono grato totalmente per quello che ho vissuto ma questa intensità la si paga. A volte mi sono perso, ho perso me stesso o forse ho perso l’identità che si assume facendo questo mestiere. È capitato al punto che nel 1999 avevo meditato di smettere, non ero preparato a quella mole di successo.

Durante gli anni successivi mi ero reso conto che ero esporto a tutte le correnti e non mi sentivo pronto, non ero pronto all’isolamento e a essere raccontato per come non ero da troppe persone. E poi c’era chi mi conosceva bene ma cominciava a parlami diversamente, la gente cambiava nei miei confronti. Fortunatamente, però, c’era quella vocina dentro di me mi ha fatto tener botta e sono ancora qua.

Conosco la solitudine e so stare solo, che è diverso dal sentirsi solo. Ovviamente a volte mi ci sento anche in mezzo a tanti ed è stato uno dei motivi della mia crisi profonda.

Musica, racconti, film, poesie: il rocker emiliano non si è fatto mancare nulla o quasi dell’arte che come tale sa, chissà come, farsi attuale anche dopo decenni. “Fra i brani che ho scritto ad alcuni io accosto l’aggettivo “utili” che è piuttosto triste per una canzone ma per me non è così. Penso a Un giorno di dolore, Quella che non sei, Niente paura... sono brani che hanno aiutato riuscendo a trasferire conforto alle persone e questo mi inorgoglisce, è la condivisione di quello che provo come essere umano.

Quello che stiamo attraversando è un momento in cui dobbiamo essere preoccupati e tenere botta ma resta il fatto che dobbiamo riuscire a non avere paura più di tanto sennò rischiamo di avere paura anche del futuro. – continua Ligabue – Ma per certe cose noi siamo spettatori e dobbiamo incrociare le dita e riuscire a pensare positivo. Niente preclude che, come nel dopoguerra, ci possa essere una ricostruzione e nulla vieta che ci possa essere un nuovo boom.

Ph. Cr.: Ray Tarantino

Credo che questa sia un’occasione che non dobbiamo perdere, ognuna ovviamente la paga a modo suo. Ma nella negatività porta una sua positività: ci porta a ripensare una serie di cose. Fino a ieri avevamo un certo benessere, usavamo la tecnologia, la scienza progrediva ma non ne godevamo davvero. Credo che questo sia il momento di pensare come goderne per riuscire a stare meglio noi. E penso che dobbiamo essere molto ottimisti per pensarlo. La creatività è condizionata ma può essere anche un modo per contrastare questa situazione.

Ho sempre cercato di trasferirla con il mio lavoro e penso ci sia anche in queste canzoni, nonostante un paio di loro facciano i conti con quello che stiamo vivendo. Mi piace pensare una cosa: le canzoni non risolvono la vita ma possono portare conforto, calore, possono tenere compagnia. Sono come una mano sulla spalla. Spero che con la mia storia possiamo portare un po’ del calore che abbiamo cercato di metterci dentro.

I momenti di gioia li viviamo solo quando siamo lì, consapevoli, sul presente. È una raccomandazione che cerco di fare a me stesso: ho bisogno di stare al presente che sto vivendo.

Intanto, l’appuntamento a Campovolo è solo rimandato: la RCF Arena di Reggio Emilia si prepara a ospitare 30 anni in (nuovo) giorno il 19 giugno 2021. “Non mi ci sto preparando, in realtà, sono ancora in una fase di estrema frustrazione e incazzatura, di voglia e di rabbia… Sono una pentola a pressione colma di sentimenti dettati dal fatto di aver dovuto rimandare questa festa meritata, credo, per me e per chi aveva già comprato il biglietto.

Non sai quanto mi costa pensare che avrà luogo, con i se e i ma del caso, dopo tanti mesi… Ma sono sicuro che quando succederà, fra la voglia e la frustrazione da sfogare, sarà un senso di liberazione che andrà oltre il concerto. Ho la sensazione che tante cose capiteranno e che quel concerto sarà quasi insostenibile per me. Vedremo quando sarà, come sarà.

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