‘Zerosettanta’, ultima tappa per il viaggio musicale di Renato Zero: “Una palestra emozionale”

Si conclude con il Volume uno il triplice viaggio musicale di Renato Zero che con l’album Zerosettanta ha regalato quaranta nuovi brani raccolti in un progetto che a buon diritto si può dire epico. Tre tappe, tre momenti, tre capitoli di un libro enciclopedico che hanno scandito l’autunno 2020 in un momento di estrema delicatezza per tutti.

Mi ero abituato a questo appuntamento che esorcizzava un po’ il pathos del virus. – esordisce Zero con il sorriso di una persona che ti accoglie con l’aria di essere in famiglia – Devo dire che questa operazione di Zerozettanta ha fatto sì che io possa aver dato agio al mio pubblico di poter avere cibo per giornate più solitarie e di approfittare di questo percorso musicale che ha l’attitudine a solleticare la fantasia e rimetter in sesto esigenze emozionali che la musica favorisce nella misura in cui stimola sentimenti. È una palestra emozionale.

Tanti i temi toccati, tra l’ironia e la provocazione, la serietà riflessiva più profonda e certa giocosità che non è mai solo leggerezza. “Il nostro lavoro deve tenere conto del fatto che arriviamo a persone che nella musica vedono un alleato fondamentale. – spiega Renato Zero – Spero che questo mio cofanetto possa convivere con il panettone, ci sta bene non credi? Certo, il transito del Natale favorirà anche l’esercizio del laser su questi solchi, c’è un bisogno inevitabile di accarezzare certe playlist dove ritroviamo serenità, coraggio e voglia di andare avanti.

A volte sono severo verso la vita, quando non rispetta gli sforzi che noi facciamo verso di lei per il nostro benessere ma credo che il pubblico ami anche questo: oltre a cantare la leggerezza del triangolo mi spingo nei meandri dei giardino che nessuno sa.

Ad aprire Zerosettanta – Volume uno è significativamente la traccia Amara Melodia che suona come una richiesta di scuse alla Signora Melodia ormai agonizzante. “ Sono nato con una tematica molto autocritica, Paleobarattolo, la società mi costringeva a una chiusura ma il danno migliore che ho fatto è stato uscire da quel barattolo ed esprimermi nella forma più libera e costruttiva.

Dover rinunciare a un percorso glorioso di brani di altissima fattura mi sembra un tradimento verso la melodia che non si merita. La melodia ci ha regalato capolavori come Il cielo in una stanza, Piazza Grande, I giardini di marzo… Quando un artista in quattro minuti racconta una storia credibile che fa bucare il tempo e lo spazio arriva a noi con una modernità spaventosa.

E allora al bando filtri, plug-in o auto-tune: “Quando non si ha la forza di presentare se stessi pienamente si rischia una vita al buio, si rischia di essere sempre una controfigura”, afferma Zero con decisione. Ecco, poi, emergere il confronto con il tempo che porta con sé anche il rapporto con le nuove generazioni della musica.

Certo, il tempo sa essere amico e adeguarsi ai bisogni e alle esigenze di ciascuno di noi e se pensiamo di fare guerra al tempo la perdiamo in partenza. – spiega l’artista romano – È fondamentale nell’esercizio delle funzioni della nostra vita, dobbiamo essere consapevoli che c’è. Il tempo ci offre la possibilità di sanare delle controversi fra noi e il mondo, fra noi e noi, fra noi e il nostro amore; è dentro le nostre azioni. Io non solo lo rispetto e non lo temo, ma gli sono grato perché la spesa è ottimo. Il bilancio della mia vita quaglia, ha il sapore di una buona ed efficace spesa.

Credo che i fautori del Covid siamo noi umani, noi gli abbiamo dato spazio non avendo rispetto di certe regole e sfidando anche la natura. Questi laboratori sono necessari se lavorano per la sicurezza dell’uomo non contro l’uomo.

C’è stato un grande cambiamento in ragione di un progresso che ci ha privato della fascinazione dell’osteria, dello struscio, della partita a scopa. – continua Zero, tra presente e passato – Una volta eravamo più inclini ad accettare la verità degli altri e a sintonizzarci di più con la natura, i tramonti e il mare. Abbiamo perso un po’ il rispetto verso questo pianeta, gli riserviamo poca educazione e poca cura. Ma questa è la nostra casa, come lo è l’Italia che abbiamo fatto a pezzi. Dobbiamo riconquistare la nostra dignità e il nostro valore.

Ph. Cr.: Roberto Rocco

Ma se una cosa che non pare cambiata è la capacità dell’artista di toccare i nervi scoperti delle persone che, scavate nel profondo, non mancano di rispondere all’appello. “Il fatto che un arista di 70 anni sia in vetta a una classifica discografica – osserva Renato – significa che anche quelli che stanno nei posti sottostanti avranno probabilmente beneficio da questo mio posizionamento. Intendo dire che se c’è stato un favore da parte del parte del pubblico è soprattutto nel rispetto di una musicalità che tiene conto di una melodia e di una identità territoriale e culturale che ci hanno reso apprezzabili nel resto del mondo.

Lavoriamo sempre senza guardare il calendario perché il calendario spesso mente. Abbiamo visto tanti giovani sentirsi stanchi a vent’anni come abbiamo visto dei settantenni come me che ancora vogliono cavalcare l’onda. Questo credo che sia il modo migliore da parte mia per portare il ragazzo di vent’anni con me sull’onda e cavalcarla insieme. Questo è l’invito, questo vorrebbe dire in profondità quella posizione in classifica.

Ma la forza di Renato Zero sta nel fatto di essere declinata sempre al futuro e, sorvolando passato e presente, l’augurio guarda oltre l’ostacolo. “C’è sempre questa chiamata verso la speranza, la sollecitazione a sperare è sempre presente; questa locandina è sempre affissa nella mia vita. E la speranza è quella di migliorare le nostre condizioni umani, culturali e sociale senza perdere di vista l’obiettivo, senza perdere i pezzi strada facendo e senza abbandonare certe convinzioni. – conclude l’artista – La consapevolezza del vivere deve sempre essere tenuta accesa anche quando disgraziatamente cadiamo.” E Renato lo racconta nella sua musica ma lo insegna con la sua vita.

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