Lele, ‘4 On The Boat’: «Uno spazio per raccontare la vita per quella che è»

4 On The Boat è il suo ultimo progetto, una serie per il web che è insieme una seduta di chiacchiere intime per i protagonisti e uno spunto di riflessione per chi li guarda. A ideare e dar forma alle clip disponibili su YouTube sono Lele Esposito e Patrizio Simonini con Producting Arts. Ma se pensate che si tratti dell’ennesima trovata da influencer o creators vari, fermatevi subito, anzi, per dirla con Amadeus di questi tempi, fate un passo indietro.

Alla base, infatti, c’è una progettualità che scavalla i tempi dei social e del web in generale, quelli delle IG Stories da una manciata di secondi e via, magari con sponsorizzazione inclusa. No no no. A parlare intanto sono persone comuni, quelle alle quali forse fatichiamo a dare spazio e che tendiamo a non ascoltare privilegiando i  vari personaggi da “lei non sa chi sono io”.

Partendo da una serie di domande che si fanno via via più profonde e intime, in 4 On The Boat si assiste – ma di fatto si partecipa – a una condivisione di intenti e momenti in cui il budget finale messo in palio è solo uno stimolo ad andare avanti. E non per istinto del guadagno.

“Sto cercando di dare le possibilità alle persone di raccontare la vita per quella che è, autenticamente, in modo che chi guarda il format possa rivedersi. – ci ha raccontato Lele – Cerco di far emergere la verità, perché tutti noi, per quanto possiamo dire o fare i fenomeni, non ci parliamo e non ci diciamo la verità.

Come è nata l’idea di 4 On The Boat?
Essendo io molto giovane, ho vissuto tante cose in poco tempo; a un certo punto, avevo il bisogno di respirare e guardare un po’ tutto dall’esterno. Mi sono detto “perché non fare qualcosa del genere, dato che mi piace quel quell’impatto?”. Da lì ho pensato a questo progetto, diventato oggi 4 On The Boat.

Come lo descriveresti in poche parole?
È come un gioco-aperitivo in cui ci sono persone davanti a una birra che, invece di dirsi le solite superficialità, si raccontano cose un po’ più importanti, che sono quelle che poi ci definiscono. Oggi i social e la tv sembrano dirci che tutti dobbiamo essere sempre vincenti, sempre contenti e che vada sempre tutto bene ma alla fine non è così. La vittoria è solo un giorno, è un particolare, un dettaglio rispetto a tutto quello che c’è dietro.

Il racconto sui social, in effetti, è una vetrina più che uno spaccato del reale…
Su 100 persone, 99 costruiscono la comunicazione in base a degli alter ego, come fanno anche gli artisti oggi. Penso che sia pacifico dire che tanti hanno un alter ego quando fanno musica rispetto a quello che sono quando scendono dal palco. Questo crea a volte anche delle disfunzioni, nel senso che non sei la persona che fai vedere di essere, artista o meno.

Nelle puntate già online vediamo molti momenti intensi ma anche risate: che cosa vi ha divertito di più?
Sicuramente ci hanno divertito le reazioni delle persone, ci siamo fatti un sacco di risate. Pensa ad avere davanti dei giovani come me che si rapportano a delle domande complicate, magari anche davanti alla mamma a cui devono raccontare un tradimento… insomma non è proprio una passeggiata. Si sono create anche situazioni che, per quanto difficili, hanno anche una componente ironica che riemerge quando le riguardi passato del tempo. Vedere le diverse modalità di reazione delle persone crea una chimica interessante.

Prima ha accennato al fatto di “vedere le cose dall’esterno”: per questo la tua base resta Napoli e non Milano o Roma?
In passato vissuto per un certo periodo a Roma facendo la spola su Milano e tornare a casa, sì, mi è servito per guardare anche dal fuori la realtà della discografia. Napoli è una città con dinamiche tutte sue e, frequentando Milano senza però viverci stabilmente, sicuramente si metabolizzano le cose in maniera diversa. Da una parte, guardi un mondo che esiste solo lì, poi ne esci e c’è un mondo diverso fatto di quotidianità diversa, più reale quasi, normale, fatta di spese, di bollette e di persone che hanno l’affitto da pagare. Cose basiche.

Il grande pubblico ti ha conosciuto a The Voice of Italy ma soprattutto ad Amici e poi Sanremo: che ricordo hai di quei mesi?
Amici è stata sicuramente l’esperienza più bella della mia vita. Appena entrato ho iniziato a produrre, io che non avevo mai avuto un computer perché non me lo potevo permettere. Ho iniziato a suonare la chitarra in un modo diverso e ho fatto una grandissima ricerca musicale. È stato bellissimo. Poi, ho vinto Sanremo con un pezzo mio, quindi ho fatto tutte le cose giuste, come doveva essere. Da fatalista quali sono penso che se le cose devono succedere succedono, nel bene e nel male, e io dovevo fare questo percorso.

Poi cos’è successo?
Con Amici e Sanremo, io che sono una persona molto poco capace di fingere determinate cose, mi sono trovato esposto in un modo che mi ha fatto capire che forse stare sul palco non fa per me. Ed è qualcosa che devo anche accettare, perché le dinamiche di quando uno è cantante o artista non sono solo il talento e la capacità di saper cantare o scrivere, ma ce ne sono tante altre. E forse quelle dinamiche non riesco a farle mie, semplicemente non mi appartengono.

Per esempio, intendi dire anche che subentrano forme di compresso?

Sì subentrano forme di compromesso, che siano con il pubblico, con il mercato o con quello che tu provi, non è semplice farci i conti. O sei così oppure è difficile diventare quello che non sei e io forse non lo voglio neanche. La musica io ce l’ho con me a prescindere, mi piacerebbe scrivere per gli altri e già lo sto facendo.

Sto facendo il percorso inverso: di solito l’autore vuole diventare anche cantante, invece io faccio il contrario e da cantante voglio diventare autore.

Una scelta anche di rispetto per te stesso, direi come prima cosa.
Il fatto di avere una testa pensante ed essere giovane è per me una responsabilità: essere contento lo devo a me stesso. Non voglio fare l’artista che pur di riuscire ad arrivare al successo finisce per deprimersi chiuso in casa, distrutto dalla vita, o magari si butta anche in cattive scelte. Non sono quella cosa lì e non voglio esserlo.

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