Yuman e i suoi “Naked Thoughts”: «Quando divento tutt’uno con la musica»

La sua Twelve ha attirato l’attenzione di pubblico e critica, ora Yuman debutta con il suo primo album dal titolo Naked Thoughts. Un titolo (Pensieri nudi) che è una dichiarazione d’intenti declinata in otto brani inediti e una cover con i quali l’artista italo-capoverdiano ci consegna il suo passaporto musicale.

In digitale dal 27 settembre per Universal Music, il disco suona onesto e personale, fatto di trame ramificate nel tempo e nello spazio. Di viaggi – o meglio dire di fughe –, di ascolti e di ispirazione abbiamo parlato con Yuman esattamente nel giorno di uscita del suo primo lavoro discografico.

Partiamo da questo progetto d’esordio: come è nato?
Rappresenta quello che ho passato, quello ho sentito e vissuto nell’ultimo periodo, con i suoi lati belli e quello meno belli. Parlo dell’ultimo anno e mezzo, due circa in totale se penso al disco finito, che per me sono stati di ricerca continua. Lo ammetto: purtroppo sono un perfezionista, in tutti e non lascio niente al caso.

Nella tua scrittura e composizione, c’è un processo creativo tipico?
Non c’è un processo tipico, ma parte sempre tutto dalla canzone. Inizio incidendo le melodie e su queste canto in un inglese finto; da qui, poi, magari mi escono le varie frasi da spunti diversi oppure ne lascio solo i suoni o l’intenzione originaria con cui il pezzo è nato, più o meno cupa a seconda della situazione. È la canzone, alla fine, che mi guida.

Quali sono i riferimenti musicali con cui sei cresciuto?
Fin da bambino ho passato la vita ascoltando cose diversissime tra loro: hip hop, rap, country metal… Penso che ogni artista possa ispirare e insegnare qualcosa. Sembra strano, ma proprio dal genere metal ho preso un sacco d’ispirazione perché ha alcune uscite molto, molto melodiche. I miei primi esperimenti con le note? Ho iniziato a scrivere qualcosa in italiano alle scuole medie, più che altro ispirandomi agli amici, poi ho accantonato per anni e alla fine del liceo ho ripreso. A mano a mano, è arrivato tutto il resto.

Il tuo lavoro contiene otto inediti e una cover: perché proprio i Jefferson Airplane?
Beh, sicuramente fanno parte dei miei ascolti, ma non sono uno che approfondisce troppo nel senso che amo variare e scoprire sempre cose nuove. Ho scelto i Jefferson Airplane e nello specifico Somebody To Love per due motivi fondamentalmente: intanto il pezzo è azzeccatissimo in questo lavoro e poi loro sono una delle poche grandi band i cui musicisti sono ancora tutti in vita.

Hai dichiarato che Naked Thoughts  è un modo per parlare di me in maniera indiretta: è questo la musica per te?
Sì questo è il senso della musica, almeno per me. Quando canto è come se mi estraniassi anche da me stesso, per diventare, per essere, qualcosa d’altro e per essere tutto musica. È come se uscisse la parte meno umana e più sognante. Questo non significa non affrontare, per esempio, temi sociali; penso che siano molto importanti ma oggigiorno secondo me non bisogna essere troppo pesanti nella musica, si rischia di perdere il filo del discorso e soprattutto di perdere chi ti ascolta. Una chiave, forse, potrebbe essere il filtro dell’ironia, chissà…

C’è un messaggio in particolare che vorresti lanciare con questo disco?
Non un messaggio unico, mi piace che dia quella parte di interpretazione personale a ogni pezzo, di cui può sorridere o piangere. Penso che la lettura della musica sia sempre molto soggettiva.

Mamma italiana e padre capoverdiano, hai vissuto a Londra, Berlino e Roma. Che rapporto hai con le tue radici?
Sono davvero molto importanti per me, ma non saprei dirti come mi condizionino; sicuramente lo fanno. Mi piace variare in tutti i sensi, provare cose nuove e non fermarmi in una zona di confort anche per non abituare le persone a un’immagine definita e definitiva di me.

Quanto la città di Roma rappresenta quello che sei?
Roma sarebbe perfetta se fosse un po’ migliore e forse è anche per questo che abbiamo bisogno di scappare ma poi, alla fine, è il posto più bello. Ho cambiato tante città come dicevamo: anche io sono scappato, probabilmente più da me stesso però.

Viaggiare è scappare da tutto ma per prima cosa da noi stessi.

Ci sono live in programma?
Non vedo l’ora di salire sul palco, che sia quello di un pub o di un club non importa. Ho sempre suonato da solo e questa volta stiamo allestendo una band ed è un’esperienza nuova. La cosa fondamentale, ora, è che si suoni: voglio farmi ascoltare.

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