Un album dall’entusiasmo italiano: è ‘Singing To Strangers’ di Jack Savoretti, presentazione

Inizia tutto da una frase di sua figlia: «Cosa fa il mio papà? Gira il mondo cantando agli estranei». Nasce così il titolo del nuovo album di Jack Savoretti, Singing To Strangers, in uscita venerdì 15 marzo per BMG. Ad anticipare il progetto è stata una manciata di singoli, fra i quali Candlelight e What More Can I Do?, tutti lavorati – come l’intero disco – negli studi di registrazione romani che furono di Ennio Morricone.

Una suggestione, quella cinematografica, che fa parte del bagaglio artistico di Savoretti: «Ho sempre amato il cinema e il mio film preferito era Il laureato. Mi ha sempre affascinato il rapporto tra cinema e visione. Voglio che la mia musica sia la colonna sonora della mia vita e, per questo, penso ogni album come colonna sonora delle vita di chi ascolta, che può farsi il proprio film.

In questo disco ogni canzone è come un episodio di un film la cui sceneggiatura generale vede protagonista un personaggio che sta imparando . È un dilemma che sente la maggior parte della mia generazione, ovvero la costante battaglia tra amore di famiglia e dovere. Una sceneggiatura felliniana e non da reality.»

Le tracce di Singing To Strangers suonano, nelle intenzioni del cantautore come la colonna sonora di un film che non esiste. E la storia è quella di un «uomo che se ne va in giro e, quando torna a casa, deve gestire l’amore, consapevole di avere tutto ciò che desidera eppure con la voglia di prendere valigia e uscire a cantare agli sconosciuti.»

Un uomo on the road, verrebbe da dire, per il quale il richiamo della strada confligge con lo status di marito e padre ma che può contare proprio sul sostegno della sua famiglia. Moglie e figli, infatti, sono al centro di questo disco di cui Jack dice: «Ogni volta sembra un cliché ma questo album è diverso dai due precedenti, che sono nati vicini nel tempo. Questo disco arriva alla fine di un ciclo, dopo aver costruito la mia casa in campagna: insomma, oggi ho tutto quello che ho sempre voluto.

Mi è sembrato ironico che in tutta la mia vita, dai 16 ai 34 anni, ho guardato avanti per cercare amore e successo. Alla fine, però, ho trovato la libertà stando fermo con l’amore. Volevo fare un album che celebrasse questo stato, una sensazione di romanticismo.»

Non sono del tutto felice in questo disco, eh, ci sono dei diavoletti che non vanno via. Ma no li combatto più: oggi li celebro. Quali sono questi demoni? Da una parte una dose di egoismo e dall’altra il senso dovere. Ma ho la fortuna che quello che mi piace, se lo faccio bene, mi fa anche guadagnare.

Anello di congiunzione fra il romantico e il cinema sono gli studi in cui l’album è stato registrato, ma soprattutto Roma: «Ti spiazza: quando sei a Roma non importa chi sei o che cosa hai fatto, sei in mano alla città e Roma che ti cambia. In inglese diciamo solamente When in Rome, non serve altro. Anche in questo progetto Roma ha stravinto: ci ha messo tutti alla pari in quello studio che fu di Ennio Morricone. Sono arrivati cinque scozzesi e sono andati via quattro Mastroianni. L’ambiente ha influenzato moltissimo il mood del disco che un casino elegante da Dolce Vita. In quegli studi le pareti sanno ancora di tabacco, non è un museo: è qualcosa di vivo.»

Singing To Strangers contiene una collaborazione con Bob Dylan (autore del testo di Touchy Situation) che Jack Savoretti racconta con queste parole: «Il modo in cui il brano è nato non è molto romantico, tutto è successo tra i nostri manager. Ci hanno proposto una valigia di testi che Bob Dylan non aveva mai usato e io ho accettato subito di vedere quei lavori; è stato poi lo stesso Dylan che mi ha girato una e-mail con due testi, che aveva scelto per me da quel gruppo iniziale.

Uno era corto e vago, non mi ha colpito, mentre il secondo mi apparteneva pienamente: era come se avesse letto nella mia posta. Ero molto eccitato, ovviamente, ma poi alla chitarra mi sono ritrovato in crisi: era impossibile non cantare quel pezzo come avrebbe fatto Dylan perché è un poeta che ti porta a cantare esattamente come lui. Mi è venuto il terrore perché temevo di fare una brutta cover.

Allora mia moglie mi ha suggerito di mettermi al pianoforte, mollando la chitarra troppo “dylaniana”: così è venuta fuori la mia versione e in quel momento la canzone è diventata mia. Ho aspettato due settimane per avere l’ok di Dylan e sono state due settimane terribili! Ma poi l’approvazione è arrivata dal suo manager

Guarda la clip video dalla conferenza stampa.

A breve parte il tour nei teatri che prevede tre date italiane (qui gli appuntamenti e le info): «Il tour è una sfida. Al mio primo live a teatro ero terrorizzato come non lo ero da tempo. E quella sensazione mi è piaciuto in maniera pazzesca: per questo, voglio rivivere quella fibrillazione, La stessa che ogni sfida porta con sé. Sono onorato di avere Afra Kane con me nelle date italiane: l’ho trovata su IG per caso e secondo me è uno dei talenti più grandi di questo momento. Quindi vi dico: venite a teatro non tanto per ascoltare me ma per sentire Afra Kane!» Come rifiutare un invito del genere?

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