Quando una storia di famiglia diventa la storia di un genere: la taranta di Zimba

È una storia strana quella della taranta, di quelle che arrivano un po’ dalla terra e un po’ dal cielo per diventare ancor prima che tradizione una forma d’identità culturale. Le radici di quello che oggi è noto solo come un genere di folclore ”attira-turisti”, affondano nel Sud Italia e si incuneano nel Salento in tempi lontani.

Ma se c’è un nome che ha coltivato questa pianta in anni recenti, contribuendo alla sua crescita e diffusione anche sovraregionale, è quello di Pino Zimba. Ne abbiamo incontrato il figlio Edoardo in occasione del Carnevale di Aradeo, manifestazione su cui gli enti locali stanno investendo come evento di stagione giunto alla sua edizione numero trentuno.

Ph. Cr.: profilo IG @edozimba

Per Zimba (senior e junior) il cognome – di sangue e d’arte insieme – la taranta è anzitutto storia di famiglia. «Mio nonno era un tarantato, io non l’hai mai conosciuto ma ho sempre sentito papà e la nonna parlarne con le lacrime agli occhi – ci spiega – Loro sono stati giorni interni a vederlo ballare.

Ricordo papà suonare fin da quando era piccolissimo e tutta la mia famiglia ha sempre fatto parte della tradizione popolare. Erano commercianti che giravano per il Salento e, tra un viaggio e l’altro, hanno finito per contaminare la tradizione del genere con il canto siciliano e e la musica di altre zone circostanti.»

Edoardo ci racconta una storia tutta al maschile, fatto insolito per un fenomeno che solitamente era noto per macchiare le donne: «Era considerata una vergogna: si diceva che gli uomini venissero morsi sulla schiena dal ragno mentre trasportavano le balle di paglia sulle spalle coi primi caldi. Ma di queste storie ne ho viste e sentite tante… Personalmente, credo che c’entrasse anche lo stress psicologico, succede a sempre ai primi caldi.»

Ma cosa capitava al nonno? I segnali erano chiari: «L’intera famiglia si rendeva subito conto di quando nonno stava per entrare in trance: letteralmente saltava appena qualcuno lo salutava con il campanello della bici oppure suonavano le campane della chiesa. Diventava iper sensibile e appena rientrava in casa andava in trance.»

Pino Zimba

Ciao Pino ❤

Ad accompagnare quei movimento frenetici, ecco la pizzica, «musica terzinata com tre tipi di ballo principali: tarantata, pizzica d’amore e danza delle spade. – continua a spiegarci Edoardo Zimba – Quest’ultima originariamente era praticata fra chi doveva dominare in carcere e, solo successivamente, è uscita da quell’ambiente per definire chi doveva governare una certa zona.

Insomma, faceva parte di un costume malavitoso che rispondeva a un codice preciso: non era certo uno scherzo, tanto che spesso finiva in omicidio.» La più nota pizzica, invece, era il ballo tradizionale del corteggiamento «che culturalmente era qualcosa di molto diverso da ciò che è diventata oggi perché era legata anche alla condizione femminile per cui la donna era sottomessa all’uomo. Allora, la danza era davvero l’unico modo per avvicinare una ragazza.»

Nella pizzica tradizionale l’uomo stava a un metro e mezzo dalla donna, perché seduto a guardarlo c’era il padre di lei. Con la lupara.

E oggi cosacosa resta di quella storia e quanto la conosce il cosiddetto grande pubblico? «Oggi prevale il business, a partire dalla famosa Notte della Taranta, nata tra l’altro proprio qui ad Aradeo con un altro nome nel 1994… Da lì è esplosa per tanti motivi ed è un grande affare. Di tradizione, ormai, non c’è più niente: non disco che l’iniziativa non sia bella, ma dovremmo rispettare di più quello che c’è stato prima. È quello che cerco di fare, per quello che mi è possibile, ma so anche di non essere né come mio nonno né mio padre.»

Così, quello che verrà è una storia ancora (in parte) da scrivere. Anzi da suonare.

[amazon_link asins=’B07NDSC6QS,B07NDNWCHR,B07MFQYM75,B07JZBG71V,B07NF8CNG9,B07NDPD59D’ template=’ProductCarousel’ store=’musicaetv-21′ marketplace=’IT’ link_id=’49c7aa18-265d-4069-8a10-f7b65a9a5cd9′]