Ensi fa ‘Clash’, l’orgoglio di un padre col macigno del RAP: dal 1° febbraio il nuovo album

È il giallo il colore che predomina in Clash, nuovo album del rapper Ensi che il 1 febbraio pubblica il progetto di inediti che arriva dopo V. Anticipato da Clash Freestyle e Deng Deng, il disco è, da una parte, rivendicazione di appartenenza al RAP più “classicamente” inteso e, dall’altra, il racconto della quotidianità di Jari come uomo e padre.

«Ci sono vari messaggi in queste canzoni – ci ha spiegato Ensi – Anche se non era una cosa pianificata, il disco ha quasi divisione in due parti. Una più profonda e personale e l’altra più legata al RAP in cui metto i puntini sulle i. Tutto nasce dall’esigenza comunicativa di un ragazzo di 33 anni con un figlio che vuole dimostrare come il rap possa parlare anche di questo.»

Idee chiare e spirito combattente, il rapper parte proprio da questa consapevolezza che spiega titolo e contenuti dell’album: «Clash è scontro, quello che c’è nelle canzoni nei confronti del rap: manifesto la voglia di cementificare il mio status. Poi c’è anche il clash emozionale, fatto d domande, dubbi, punti interrogativi e incertezze. »

Partiamo dal RAP e dai suoi temi: ci spieghi il tuo punto di vista?
L’album è un’unione di tanti temi. Mi sembra onesto, come artista, parlare anche di altre cose. Probabilmente, oggi sono tra i più titolati a farlo e questo genere ti permette di fare breccia su certi aspetti della vita che in una società del disvalore come quella di oggi magari avrà meno voce. Ma ho sempre filtrato la mia vita così.

Oggi, con la trap, il rap sembra essere diventato altro…
Il RAP non può essere pensato come un genere per bambini, il mio rap ha almeno vent’anni alle spalle. Per quanto mi riguarda, le mie canzoni riescono a sbloccare certe cose solo in chi ha dai 25 anni in su. Si cresce e se non crescono le tue esigenze comunicative vuol dire che vivi dietro un vetro. Anche un tema come l’amore, per esempio, non deve mica essere sempre cantato a tinte rosa, in maniera adolescenziale.

 Che cosa rivendichi come voce del RAP, oggi?
Il fatto che come artista mi porto dietro il carico di macigni del RAP. La prima parte di Clash è brutale ed è quella in cui parlo di RAP. Oggi quanto dici “classico” sembra che parli di old school, io piuttosto mi definisco mid school o young veteran. Il fatto di arrivare in profondità coi testi penso sia legato a come ognuno di noi si sente, da sempre ho mischiato le mie carte migliori. Oggi le calibro meglio, spingendo sui due aspetti che privilegio: il freestyle rabbioso, cattivo, pronto a scavarti la fossa, e quello più problematico, in cui parlo di amore e rapporti.

Tirare fuori da me stesso tutto quello che ho dentro mi fa stare bene anche oggi. Il mio muro artistico non sarà alto venti metri ma è solidissimo.

Credo che il RAP, di base, anche dopo i fatti recenti di Corinaldo, abbia alimentato una fiamma gigante ed è terreno di dibattito enorme. Io prendo distanze dai testi materialisti e superficiali, ma capisco che sia qualcosa di legato al momento adolescenziale. Si tratta di un tipo di rap che spara nell’acqua e che perde di valore culturale, anche se è frutto dei tempi. Pensare che la musica influenzi la società è sbagliato, piuttosto è il contrario; altrimenti Bob Marley avrebbe rivoluzionato il mondo.

Quale potrà essere, secondo te, il futuro del RAP?
Credo che sia ancora un’iperbole crescente. È il linguaggio più compreso dai giovani, quello in cui si riconoscono. Il RAP ha reinventato la discografia. Certo, un po’ romanticamente, mi manca il RAP di un tempo, che si andava a cercare perché in radio non passa. Un RAP strappato, direi.

Hai accennato al tema delle relazioni nel disco, di quali parli?
Beh, c’ quella con la mia compagna con cui sto da dodici anni e quella con mio figlio. So che è fuori standard per un rapper, ma racconto questo rapporto quotidiano con i suoi alti e bassi, sempre con una dose di speranza alla base. Tra l’altro all’inizio ho voluto inserire un cameo di mio figlio, per dare continuità con il precedente disco V: sono super orgoglioso di Vincent. La musica italiana parla solo di amori disperati e problemi mai risolti: e che palle! Sarebbe bella una nuova ondata di cantautorato italiano, in cui i ragazzini si possano riconoscere.

Pensa a quale carenza intellettuale c’è se alle nuove generazioni piace solo della musica che parla di soldi, sesso, successo e droga.

Nel disco c’è una collaborazione internazionale, quella con Agent Sasco: come è stato lavorare insieme?
Sono felicissimo di questo featuring. Lui è una canaglia giamaicana, super star dancehall, che mi è sempre piaciuto e a cui in particolare mi sono riavvicinato di recente. Insieme abbiamo dato vita a una forma di contaminazione del reggae, l’ho portato nella mia attitudine e Agent Sasco ha fatto qualcosa di spettacolare, di distruttivo.

Oggi, quindi, chi è Ensi?
Un pazzo che va controcorrente e che crede ancora nei sogni. Come rapper, mi sento un privilegiato perché ho resistito a tanti cambi generazionali stando sempre nel gioco, mi sono sempre spremuto per fare album che cementificassero il mio ruolo di artista maturo del RAP italiano. Io navigo sul fiume principale che è quello del RAP, non sugli affluenti. Voglio rappresentare un genere che ha una sua storia rispetto a una semplice tendenza del momento.

C’è un senso di responsabilità forte in questo…
Ho sempre parlato di cose che mi coinvolgessero personalmente, anche affrontando temi sociali. Ma dobbiamo scindere tra artista e persona quando si parla di responsabilità: la musica non salva il mondo e lo dico da sconfitto. Io, però, nel mio piccolo continuo a provarci.

Ensi incontra i fan in tre appuntamenti instore:

  • 1 febbraio Roma, Discoteca Laziale ore 18.00
  • 2 febbraioMilano, Mondadori Duomo ore 17.00
  • 3 febbraioTorino, Feltrinelli Stazione Porta Nuova ore 16.00

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