Sanremo 2019, Motta: equilibrista tra amore e disincanto in ‘Dov’è l’Italia’ INTERVISTA

Vincitore 2018 della Targa Tenco per il miglior disco in assoluto (Vivere o Morire), Motta porta al secondo Festival di Sanremo targato Baglioni il brano Dov’è l’Italia, scritto e composto da lui. La genesi della canzone affonda le sue radici tra Lampedusa e New York e ricorda letterariamente il vecchio marinaio della ballata di Coleridge.

«Durante un viaggio a Lampedusa ho parlato con un capitano, che mi ha raccontato una storia; è stata quasi una co-scrittura. Di solito scrivo le mie canzoni quando torno dai viaggi, ma in questo caso il brano è nato durante il percorso», ha spiegato il cantautore che mette in parole un amore per l’Italia tra disincanto e speranza.

Se il disincanto va a braccetto con un senso di spaesamento verso una Nazione «malata e maleducata» – espresso nel testo nella chiusa disorientante mi sono perso anche io –, l’amore e la voglia di esserci, di stare qui, sta tutta nella fiducia verso gli altri e soprattutto verso le generazioni future.

E allora Dov’è l’Italia, scritto senza il punto interrogativo, non è né una domanda né una vera e propria affermazione. Sta lì, in sospeso, come il sentimento di un equilibrista: «Odio mettere la punteggiatura quando scrivo. – ci ha spiegato –, ho voglia di immaginare i punti. Anzi quando rileggo i testi spesso rivesto nuovamente di senso quello che ho scritto.»

L’impegno sociale e civile del credere ancora in un Paese diviso fra chi vince e chi perde e chi non se la sente arriva per Motta dopo un percorso discografico in cui ha affrontato i suoi avversari. Ha dichiarato l’artista: «I nemici dell’inizio (quelli di Sono morto a vent’anni, ndr) spariscono piano piano e resti ad avere a che fare con la tua solitudine (quella di Vivere o Morire, ndr). Nei miei dischi ho fatto questo percorso. Oggi? Diciamo che mi sento sempre in ritardo ma il parcheggio l’ho trovato.»

Noi toscani ridiamo tanto ma ci portiamo dietro sempre una dose di malinconia: piangere è liberatorio.

Di grande impatto è senza dubbio la copertina del brano, con quella cartina geografica da cui l’Italia è sottratta, come persa in altro spazio e tempo. «Desideravo fortemente poter presentare al Festival della canzone italiana “Dov’è l’Italia”, il brano su cui ho lavorato di più nella mia vita. Non so dove stia andando l’Italia, non sono ancora riuscito a rispondermi, ma sento la responsabilità di esserci.»

Ph. Cr.: Claudia-Pajewski

E la speranza nell’umanità che Motta porta al Festival, nonostante la lattiginosa nebbia in cui l’uomo oggi vaga, diventa ancora più incisiva nel suo restare scevra da qualsiasi intento discografico: «So che è un suicidio a livello commerciale – spiega l’artista – ma non faccio nessun repack di Vivere o Morire. Tra questo pezzo e quell’album non c’è filo conduttore. Credo che quell’album abbia senso di esistere così e non c’era motivo di mescolare le carte.»

Saranno state le prove con l’orchestra («sono state bellissimi, i musicisti sono pazzeschi e fanno un lavoro incredibile. Sono molto contento») o l’assenza dal palco, ma Motta ha voglia di nuovi live: «Tornerò a fare concerti la prossima estate, voglio fare un bel po’ di date». Per percorrere in lungo e in largo quello Stivale che non c’è (in copertina).

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