Caparezza è “Prisoner 709”: «Un album tematico e introverso sulla prigionia dei ruoli», presentazione

Da venerdì 15 settembre è disponibile il nuovo album di Caparezza, Prisoner 709 (Universal Music), un progetto denso e intricato come pochi altri. Ed è difficile anche definire questo lavoro: come puoi chiamare “semplicemente” disco un’opera che raccoglie, impasta e rigetta un’anima attraverso un percorso fatto di nervi, carne, catene e incubi?

Ma è proprio Caparezza a partire dalla forma rotonda del disco. Al centro, fin dal titolo, uno zero quasi assoluto sul filo dell’annullamento numerico e della formula disgiuntiva. (Auto)distruzione o salvezza? Buio o luce ? A schiacciare, poi, quell’innocente simbolo in un senso di claustrofobica visione ecco altri due numeri, tanto vicini quanto opponibili. Sette sono le lettere di Michele, nove quelle di Caparezza; sette gli album ufficiali, nove quelli totali – demo comprese.

I numeri si fanno lettere, le lettere diventano numeri e poi persone, cose, momenti, ricordi, situazioni. La bilancia oscilla cigolante in un dualismo che rende prigionieri di un moto costante. Non c’è brano di Prisoner in cui la polarità non sia elemento strutturale. E ogni volta si propone il dubbio amletico della direzione da prendere.

Ma a mano a mano, dall’inquietudine più tormentata (che è sia interiore sia fisica), il processo sembra risolversi nell’accettazione estrema di quella stessa duplice condizione. Gli opposti restano, eccome, ma l’unica soluzione possibile è scegliere di convivere con ogni passo compiuto per trovare una libertà che è sempre da rinegoziare. La volontà e l’azione, come il bianco e il nero della copertina, si sfiorano, si toccano, si osservano; se ne stanno sempre lì, a rappresentare una percezione insieme musicale, esistenziale e filosofica.

Colpito dal disagevole fastidio degli acufeni, il musicista racconta una prigionia da cui vorrebbe (o forse no?) evadere sciogliendone i nodi. Ognuna delle sedici (sette + nove) canzoni di questo album è l’anello di una catena interiore che ha trasportato l’artista da una domanda all’altra.  Musica e parole sono, ieri come oggi, le maglie che stringono senza stritolare in una condizione sempre a metà tra equilibrio e follia.

Per un album in cui inizio e fine si sovrappongono, la presentazione non poteva essere se non in cerchio, con Caparezza al centro “prigioniero” delle sue stesse azioni (e del suo disco tematico). «Il sette e il nove – racconta l’artista – sono i due poli presenti in tutto il disco e rappresentano la prigionia dei ruoli. Ci sono in ogni brano, ormai sono l’enigmista.

Dopo anni, mi sono sentito quasi imprigionato e mi sono ritrovato in un momento di riflessione. Io sono al centro del disco e della musica, la amo e la odio… Mi ha dato e tolto tanto, a volte ti guarda in faccia e a volte dà le spalle. Tutte le cose belle tolgono anche qualcosa, pur amandole.»

«È un disco introverso – continua poi l’artista – rivolto verso di me e non più verso l’esterno. Ho scritto in un flusso e quello che tale flusso mi restituiva non sempre era edificante. Sono anzi partito da un pezzo in cui ho vomitato tutto quello che sentivo e da lì in poi l’album è venuto molto naturale. Non è semplice e suona come la risposta a qualcosa a cui volevo reagire; ho preso coraggio per non piangermi addosso. E sono andato avanti per opposti»

La centralità dell’io e delle proprie difficoltà, a partire dal disagio dell’acufene che Caparezza ormai chiama Larsen, sono il motore dell’intero progetto: «Quando ho scritto questo disco il referente ero io, volevo dare un senso a questo progetto, senza pensare al passato Vorrei che ogni album avesse un senso in sé, non scrivo per catechizzare qualcuno.»

Prisoner 709 è, quindi, un lavoro in cui vittima e carnefice sono la stessa persona, in un perfido gioco di ruoli che alla fine non ha né colpevoli né innocenti. Ma la colpa quale sarebbe? «Sono in carcere fondamentalmente per il fatto di esistere. – è l’ammissione di Caparezza – Ho cominciato a pensare alle varie gabbie, da quelle corporali alla mancanza di fede. Mi sono posto il problema di cosa non vada in me; quindi, forse, il mio reato è pensare sempre alle cose e non godermele.

In questa mia autoanalisi, anche dei suoni, il pezzo che apre la tracklist è lo stesso che chiude il disco, ma il primo è angosciante mentre l’ultimo finisce felice. Ho capito che l’accettazione è il primo passo per la liberazione.» Accettare, dunque, ma anche pensare meno alle cose ritrovando un po’ la leggera innocenza dei bambini come nel singolo che accompagna la release dell’album, Ti fa stare bene: sarà questa la via?

Per presentare dal vivo il nuovo progetto, Caparezza sta allestendo anche un tour al via nei palazzetti a novembre. Questo il calendario: 17 novembre –  Ancona, PalaPrometeo Estra;18 novembre Bari, PalaFlorio, 24 novembreFirenze, Mandela Forum; 25 novembreBologna, Unipol Arena; 28 novembreNapoli, Palapartenope; 29 novembreRoma, PalaLottomatica; 1 dicembreMontichiari (BS), PalaGeorge; 2 dicembrePadova, Kioene Arena; 6 dicembreMilano, Mediolanum Forum; 7 dicembreTorino, Pala Alpitour.