‘La stanza’ di Santiago: «L’inizio di un nuovo percorso: voglio unire i contenuti del rap alla leggerezza del pop». Intervista

Dalle prime produzioni Hip Hop indipendenti al debutto solista con Universal sono trascorsi sette anni, durante i quali Santiago (vero nome Marco Muraglia, brindisino classe 1984) ha compiuto, tra sperimentazione e ricerca, un percorso che ha il sapore della gavetta vecchio stile. Ex aspirante tecnico del suono, lontano dai riflettori facili, selezionato da MTV New Generation come Artista del mese nel 2012, l’artista ha rivelato presto un’attitudine spiccata verso la scrittura con uno stile schietto e diretto.

L’approdo al rap è stato, dunque, la prima scelta naturale, quasi obbligata, che però non è bastata a un giovane desideroso di scrivere “canzoni che fossero leggere e importanti al tempo stesso” e che mantenessero un linguaggio senza filtri ma indossassero un abito diverso. Ecco allora la nuova direzione, quella che non rinuncia all’orecchiabilità della melodia pop ma sia anche portatrice di contenuti densi raccontati con l’impronta del cantautore di oggi.

Santiago

Con La stanza – singolo in radio e digitale dal 26 maggio – Santiago consegna al pubblico il risultato di una ricerca di parole e note costruita con sincerità e, insieme, segna l’inizio dell’avventura mainstream. Del resto l’incontro tra poli apparentemente lontanissimi sembra accompagnare come una costante questo giovane cantautore che nel nuovo brano porta in scena la sensazione di vivere su due rette destinate a non trovarsi mai nella realtà ma capaci di toccarsi in un mondo a parte.

Infrangere le norme o semplicemente interrompere certe consuetudini rende possibili congiunture insospettabili e non è altro se non ciò che Santiago ha scelto di fare fondendo le sue diverse sensibilità musicali. Abbiamo incontrato l’artista in una calda mattina di luglio per farci raccontare qualcosa di più sul suo percorso, passato e futuro; ecco la nostra intervista.

Il tuo debutto con la nuova discografica è rappresentato dal singolo La stanza: come mai hai scelto proprio questo pezzo e come è nato?
La stanza è stato il brano che si ha sorpreso di più ed è stato anche uno dei primi pezzi che ho scritto dopo il passaggio a questo genere; quando l’ho fatto sentire a professionisti e autori che lavorano nel  mondo pop da anni, tutti sono rimasti colpiti dalla mia capacità di scrittura soprattutto nel ritornello. Allora mi sono convinto che davvero posso  dire qualcosa di mio anche in questo genere musicale e questa cosa mi ha fatto riflettere: se questo brano presenta queste potenzialità allora deve essere il primo singolo. La stanza apre tutto il discorso e rappresenta proprio come sono adesso e come vorrei che la gente mi vedesse: solare, spensierato e tranquillo perché è cosi che sto ora. Dopo anni di rabbia adesso me la godo, finché dura!

Foto Musica e Tv 2.0 / PF

Foto Musica e Tv 2.0 / PF

Il singolo La stanza rappresenta una doppia svolta per te, dal rap a pop e dal mondo indipendente al mainstream. Partiamo dalla prima: che tipo di percorso hai fatto?
Guarda, ho fatto dieci anni di rap, dieci anni di centri sociali e di urla; tutto questo ha rappresentato un’esperienza bellissima di cui non rinnego assolutamente nulla, però era un discorso alimentato da una certa rabbia giovanile che a 32 anni è andata affievolendosi. Sono emerse altre priorità, esigenze e bisogni – a partire anche da un certo nuovo senso di famiglia –  e avevo voglia di raccontare emozioni molto più tranquille. A mano a mano che ho acquisito una certa consapevolezza dei miei mezzi, sono arrivato a fare il salto che volevo fare e adesso mi sento realmente quasi un cantante. A un certo punto ho azzerato tutto, sono andato a lezione di chitarra, testa bassa e due anni di studio; inoltre ho scritto per altre persone e sono stato in compagnia di altri autori fino a quando ho voluto provare a scrivere per me.

Quando in particolare hai avvertito – se c’è stato – il punto di rottura e in che modo hai affrontato questo passaggio, musicale ma anche personale?
Penso che inconsciamente fosse una presa di coscienza lenta però c’è stato davvero un punto di rottura: quando ho cominciato a scrivere il terzo disco mi sono reso conto che era un continuo del precedente, senza un’evoluzione. Avevo tre pezzi quasi completi ma non sentivo alcuno sviluppo rispetto al passato, non mi soddisfaceva più quel genere perché non era la forma di comunicazione che volevo adottare. Traspariva ancora della rabbia ma era spenta, quasi forzata, quindi questo non poteva essere il presupposto di nuovo album. Ascoltando e tutti e tre quei brani ho detto “Basta, via tutto e ricomincia da zero. Ci devo provare”. È stata una scelta mia, nessuno mi seguiva né avevo alle spalle un’etichetta che mi pressasse; la decisione è stata puramente artistica perché non mi sono più riconosciuto in quello che avevo Iniziato a fare.

E poi è arrivata la firma con Universal, che risale a poco meno di un anno fa: come sei arrivato alla major e che cosa ha rappresentato questo passo?
Sono davvero contento di essere entrato in un Universal perché è nato tutto nella maniera più naturale possibile. Non ho mai avuto grossi numeri né ho fatto un talent: semplicemente ho presentato un pezzo che è piaciuto. Sono riuscito a far capire quello che doveva essere il nuovo progetto e ho ricevuto in cambio fiducia, spero che sia un segno! Anche all’inizio stentavo a crederci ma diciamo che io mi stupisco sempre di tutto quello che di positivo mi riguarda! Non posso che ringraziare la major perché davvero ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che avrei preferito fare un lavoro con cui eseguire i miei compiti ogni giorno, senza arrovellarmi il cervello a pensare alla parola a scrivere con il Rischio di non essere compreso. Ma non mi sono pentito un secondo della strada che ho scelto.

Sul tuo profilo Instagram, proprio sotto l’immagine con cui hai annunciato l’ingresso in Universal, scrivi: “Ringrazio me per non aver mollato mai”. Ci sono stati momenti in cui avresti voluto abbandonare la musica? Come sei andato avanti?
Tantissime volte mi sono detto “lascio tutto”! Anche perché ci sono stati dei momenti in cui veramente era difficile continuare. Io poi detesto anche solo il pensiero di essere di peso e ho sempre fatto musica perché dovesse essere un lavoro, ma negli anni è sempre stato difficile portare a casa un guadagno che fosse realmente tale in tasca. Dovevi fare il triplo degli sforzi per poter vivere e non avrei potuto andare avanti ancora per molto.

Da parte del tuo pubblico quale è stata, invece, la reazione?
Me ne sono sentite di ogni, sopratutto all’inizio! Quando uscì La stanza chi mi ascoltava prima mi ha mandato anche messaggi imbarazzanti, come se avessi fatto qualcosa di grave al loro o alla loro famiglia! Però ci sono state anche tante persone che, indipendentemente dal cambio, hanno continuato a seguirmi perché amano il modo di  comunicare e quello che scrivo. Il mio pubblico oggi è piccolo ma intelligente e per me va benissimo che sia così all’inizio perché ho proprio bisogno di questo tipo di supporto: persone che capiscano a prescindere senza bisogno di dare troppe spiegazioni. Mi sono arrivati messaggi meravigliosi che mi hanno ancor più convinto che questa era il passo giusto da compiere. Certo, poi sono fioccati anche commenti orrendi…

Come ti sei sentito leggendoli?
La cosa che mi ha dato più fastidio in assoluto è stato questo passaggio mentale: “facevi rap, ti ha preso le major e ti sei venduto”. Ecco, non è proprio stato così! Io Mi sono presentato in Universal quando già avevo fatto quel cambiamento e ho fatto sentire già i Pezzi, quindi mi ha urtato proprio il fatto che certi abbiano pensato che mi sia lasciato condizionare. Non esiste proprio! Per il resto, per esempio, mi hanno scritto che m ero omologato, che avevo fatto i soldi – eh sì, è questa la concezione comune – ma sono cose che non mi hanno mai toccato a più di tanto.

Quali sono stati gli artisti a cui ti sei ispirato di più nel corso degli anni?
Il mio mostro sacro è sempre stato Franco Battiato, già da piccolo: puoi immaginare quanti problemi abbia oggi (ride, ndr)! All’età di 16/17 anni amavo i suoi testi, da La Cura a Bandiera Bianca e non è mica normale! Mi porto dietro tantissimo di tutto questo mondo, così come del cantautorato di De André: il suo storytelling mi è servito tanto anche con il rap. Forse De André è il rapper più pop che sia mai esistito, perché è riuscito a trovare la chiave di comunicazione che anche io sto cercando da una vita, ma per arrivare a esprimenti come lui, secondo me, devi essere di De André. Del resto, ho cominciato a fare rap perché volevo fare musica ma in realtà sono cresciuto ascoltando con De Gregori: sono stati loro la mia vera scuola.

E del rap che cosa porti con te anche oggi?
Del rap mi porto dietro il contenuto; c’è la voglia di dire sempre qualcosa di importante nelle canzoni, cosa che non sempre nel pop è possibile fare. E il mio obiettivo è proprio quello di portare contenuti spessi come avviene nel rap in una chiave un po’ più leggera ma allo stesso tempo diretta e comprensibile. È una cosa difficilissima perché hai a disposizione la metà della metà delle parole per esprimere un concetto che non è pop, però quando ci riesci la soddisfazione è doppia rispetto semplicemente a chiudere una bellissima strofa rap.

Santiago

Il singolo La stanza è il primo brano di un album già il lavorazione?
Assolutamente sì! Non saprei dirti alcuna data perché stiamo davvero lavorando sul tipo di percorso da fare ma di sicuro ci sarà un altro singolo e ho già anche il materiale per un nuovo lavoro, è praticamente fatto. Sto lavorando come un pazzo a un album e, anche se c’è ancora tanto da fare e i pezzi sono ancora incompleti, non vedo l’ora sinceramente di farlo uscire. Ecco, lì dentro ci troverete il quadro completo di quello che voglio fare del mio percorso; ci sarà tutto quello che ho fatto e quello che voglio fare adesso in una specie di unione. Sono curioso e insieme tesissimo per La stanza, vediamo come va….

E su Sanremo ci faresti un pensiero?
Beh, io Sanremo lo tenterei tutte le volte possibili! Sicuramente potrei provarci quest’anno perché è una gran vetrina, che offre la possibilità immediata di far sentire a tantissime persone e il proprio progetto e per me sarebbe il massimo! Solo a pensarci già ora mi verrebbe l’ansia ma lo farei a occhi chiusi.

Nel caso azzardiamo già la cover: un brano di Battiato ovviamente…
Vero (ride, ndr)! Per ora però posso dire non è che non ci abbiamo pensato ma vediamo che cosa succede… Personalmente sono dell’idea che quando comincio percorsi totalmente nuovi il processo è lento e so benissimo che i numeri, soprattutto sul Web, sono quelli che sono ma non mi sono mai preoccupato di questa cosa. In radio, poi, sto andando come non avrei mai immaginato partendo dal presupposto che Io non ho mai avuto un singolo nell’airplay; quindi, avere oltre 1600/1700 passaggi in un mese con un solo brano è stato bellissimo per me1 Sono cosciente di essere proprio all’inizio di un cammino e so di non dover avere fretta; per questo seguo tranquillamente i consigli di persone che fanno questo lavoro da anni.

A proposito di gavetta: in un mondo in cui dominano YouTube e i talent, tu invece hai compiuto un percorso “alla vecchia maniera”: come ti poni di fronte a questo nuovo modo di ottenere visibilità? Avresti mai tentato la strada del talent?
Non avrei mai fatto un talent ma non perché io sia contrario, anzi sono dell’idea che alcuni programmi abbiano davvero fatto emergere dei personaggi interessanti e penso a Marco Mengoni, Emma, Alessandra Amoroso però, secondo me, per come sono fatto io fare la gavetta aiuta molto di più quando poi devi esprimerti su un palco per comunicare qualcosa. Nei talent sono della macchine, cioè sono bravissimi e sanno cantarti ogni canzone venga loro richiesta cosa che io non sarei un grado di fare perché non sono un cantante, non sono un interprete quindi per me quel percorso proprio ci stava. Sono orgogliosissimo, anzi, di essere arrivato in un major senza talent perché a un certo punto ho pensato che non fossi passato dalla tv non sarebbe mai potuto accadere e invece c’è stata un’opportunità che voglio sfruttare al meglio.

Santiago

Ma secondo te, oggi, la musica ha ancora un ruolo sociale?
Si è sempre convinti di poter cambiare il mondo anche se poi ti rendi conto che è impossibile e neanche con la musica può farlo, però sono dell’idea che se una canzone può far star bene è quello ciò che conta. Non voglio mandare chissà quali messaggi su cosa si debba fare né tantomeno voglio mettermi su un podio da cui cantare come va il mondo: non sono nessuno per poterlo dire e non so neanche cosa si dovrebbe fare per migliorare la situazione! Voglio semplicemente far stare bene una persona che, ascoltando un pezzo, possa sentirsi meno sola; è quella la sensazione che mi piacerebbe avvertire, il sentirmi vicino alle le persone. Ecco, se ci riuscissi mi sentirei utile e veramente soddisfatto di fare questo lavoro.

Ora che estate ti aspetta?
Sto suonando nei Festival ai quali purtroppo posso portare un solo pezzo e questa è la cosa che mi fa sentire più legato, come un cane al guinzaglio! Sto soffrendo però non mi va di fare pezzi rap perché sarebbe troppo strano portare sul palco pezzi del mio passato e poi cantare La stanza: sembrerebbero due persone diverse! Per questo mi vedrete in tante tappe estive per promuovere il singolo quasi fosse un rodaggio prima di miei prossimi live; anzi, provo già tensione al solo pensarci perché mi dico: so come erano i miei vecchi concerti, ma come andrà con le nuove canzoni? Sarò in grado di coinvolgere ugualmente il pubblico? Ci sarà lo stesso tipo di emozioni che scaturiva prima? Però, finora, devo dire che anche se le persone che assistono ai Festival non sono lì solo per me, ho avvertito buone vibrazioni e quando una cosa ti prende lo vedi subito nelle persone.