‘Come se non ci fosse un domani’, la chiamata alla consapevolezza di Omar Pedrini: «Un disco di pancia che parla ai giovani»

Esce a tre anni dal suo precedente progetto discografico Come se non ci fosse un domani (Warner Music), il nuovo album di Omar Pedrini da venerdì 12 maggio. Anticipato in radio dalla titletrack, il disco è un messaggio rivolto ai più giovani, un monito all’impegno e alla volontà di far sentire anche la propria voce. In una società che dà per scontato troppi diritti e troppe conquiste, mai come oggi le generazioni che si affacciano alla maturità sono chiamate a ricordare e, insieme, continuare il cammino dei loro genitori.

Registrato fra l’Italia e il Regno Unito, Come se non ci fosse un domani è il terzo tempo di Pedrini, l’inizio di un nuovo capitolo personale e artistico he arriva dopo vicissitudini hanno messo l’artista faccia a faccia con la vita e con la morte. Le emozioni raccontate in musica sono, così, il frutto di momenti in cui la riflessione interiore e lo sguardo al sociale si alternano tra amarezze, gioie, rabbia e disincanto.

Cover album Pedrini

Lo stile di Omar Pedrini è come sempre diretto, privo di fronzoli, quasi cronachistico o più che lirico, condito da note dolcemente melodiche in cui si incunea anche un’ironia che sfiora il sarcasmo. La parola pedriniana si volge a chi sta costruendo il futuro, proprio e degli altri, quella massa di giovani di talento che si staglia con vigore anche sulla copertina del disco come un manifesto dello stesso.

Dieci tracce – undici nell’edizione in vinile – che svelano anche due collaborazioni più che prestigiose, ovvero quella di Noel Gallagher, del cui brano Simple Game Of A Genius Pedrini ha rielaborato il testo in italiano in Un gioco semplice, e quella di Lawrence Ferlinghetti, autore dell’inedito di Desperation Horse. Sul piano musicale si segnalano altre due presenze importanti: la Royal Albert Hall College Orchestra e Ian Anderson dei Jethro Tull. Ci racconta di più lo stesso Omar Pedrini.

Questo disco è il tuo terzo tempo e, insieme, un invito ai giovani a prendere le redini della propria vita per costruire consapevolmente il futuro: come è nato il progetto?
Tutto il disco è stato concepito in ospedale quando, dopo un’operazione al cuore, ho avuto la fortuna di riaprire gli occhi; in quel momento ho dovuto fare i conti davvero con le mie condizioni fisiche ma questa volta, rispetto alle due precedenti, mi sono accorto che le mi paure le aveva anche chi stava attorno a me. Mi riferisco alla sensazione di fragilità, quella espressa nel verso “mi sveglio e sento che ho già paura” e in generale in tutto il disco con i suoi temi sul futuro, sulle condizioni del pianeta e sulla voglia di parlare ai giovani.

In fondo abbiamo le stesse ansie: penso che tutti abbiamo paura del terrorismo, di arrivare a fine mese, dell’inquinamento. Abbiamo paura di leader politici pronti a scagliare le bombe uno contro l’altro, quasi divertendosi alle nostre spalle e ogni giorno leggiamo anche che abbiamo un livello di polveri sottili allarmante  Abbiamo la paura della precarietà che io stesso sulla mia pelle e in famiglia ho sperimentato; per molto tempo sono passato al piano B della mia vita e non mi vergogno a dire di aver rinunciato a molte cose per motivi economici.

La paura è al centro delle tue canzoni ma non è motivo sufficiente per fermarsi davanti al presente, anzi diventa il volano per intervenire e agire come se non ci fosse un domani. È così?omar pedrini 2017
Come se non ci fosse un domani è sicuramente lo stato d’animo che abbiamo tutti, poi io stesso resto un po’ il rockettaro di sempre che guarda al lato positivo. Ho sentito l’esigenza di parlare ai giovani: fino al prossimo controllo in ospedale, ora che posso, voglio rivolgermi a loro. Se leggi i titoli dei brani sono tutti apocalittici, portatori di inquietudine e di disincanto, con un certo timore di essere inadeguati; è il senso comune di incertezza e di fronte a questo le soluzioni sono solo due.

La prima è quella che canto nel ritornello della titletrack, ovvero attendere dì lasciare questo pianeta per colonizzarne un altro; vedo la fine come occasione di un rock party cosmico e psichedelico che riporta in vita lo spirito dello Summer of Love, ritorna ai vecchi valori e ricominciammo ad annusarci: questo è l’Omar ottimista, un po’ cialtrone se vogliamo…

E la seconda opzione?
La seconda via è che i giovani facciano sentire la propria voce ancora, escano di casa. Vedo mio figlio fare la rivoluzione al contrario: si chiude in camera con gli amici  magari davanti allo schermo, e non ne esce. Ma è possibile? Ho scritto questo disco proprio pensando ai miei figli ed è la risposta a un’esigenza di pancia; ho cercato meno la poesia è più la cronaca, con testi semplici che sono quasi fotografie, il racconto in una chiave personalissima – anche vecchio stile – di quale sia il mio atteggiamento di oggi. Per esempio, in Fuoco a volontà, e in tutto l’album, sono io quello che ha la pistola in mano: è una provocazione, certo, ma è la mia risposta a quello che vedo attorno. Anche la musica è forte, incalzante, diretta.

Oltre al senso di inadeguatezza, in questo album c’è anche una certa rabbia: come l’hai affrontata?
Sì, in questo disco faccio i conti anche con la mia rabbia; io ho uno spirito hippie e sono pacifista fino al midollo ma questa volto è uscita un’anima arrabbiata. Dentro di me c’è un Omar tormentato su cui è prevalsa la parte non violenta ma quando leggo, e vedo certe cose, mi esce quella rabbia: mi sono documentato su molti siti, ho letto di Trump che non intende rispettare i patti ambientalisti e non facciamo nulla? I giovani non escono per dire qualcosa? Anche con la mia esperienza di insegnante, ho capito che questa giovane generazione non è vero che non vale niente, io l’adoro.

E che generazione vedi?
Per la prima volta nella storia mi sono reso conto che questi ragazzi sono un’epoca dopo la mia, non solo una generazione. Io sono l’ultimo uomo dell’era analogica, pensa che anche in famiglia sono tutti nativi digitali; io sono vintage e sono in minoranza, è come un padre nato nel Medioevo e un figlio nato nel Rinascimento, un gap epocale. Noi abbiamo bisogno di consigli dai giovani per avere delle chiavi di attualità e imparare il linguaggio di questo tempo e contemporaneamente, credo, che noi adulti possiamo trasferire loro le cose migliori del nostro tempo anche se comunicare insieme diventa sempre più difficile. Da sempre mi hanno dato due soprannomi: guerriero perché non mi arrendo mai e zio rock: è quello dà le dritte sui dischi da ascoltare ma che anche può dare consigli su come prendere in mano la situazione.

In questo senso la copertina del singolo omonimo che ha anticipato in radio come se non ci fosse un domani è davvero emblematica di una chiamata ai giovani affinché non stiano chiusi in casa. Che cosa rappresenta di preciso la foto e perché l’avete scelta?
L’8 marzo scorso ho assistito a un corteo femminile organizzato dalle studentesse milanesi. È stata un’epifania: dico sempre ai ragazzi di prendere deve in mano un libro è uscire a fare la propria rivoluzione. Ecco, quel corteo pacifico ha lasciato tutta Milano a bocca a aperta e quella manifestazione mi ha talmente colpito che vorrei che tutte fossero così. E penso che le donne oggi abbiano più forza per dire qualcosa: possono e devono farlo più di quanto non abbiano fatto in passato. La donna ha nella sua natura il guardare avanti perché è madre e ha una predisposizione naturale a questo sguardo; quelle donne del lotto marzo mi hanno dato la certezza che i giovani possono fare bene. Se non ci sarà domani che la terra ci concederà non viviamo drammaticamente il momento ma facciamo ciò che ognuno avrebbe voluto fare e non ha mai fatto.

omar pedrini 2017

Scorrendo le canzoni, dall’apocalissi iniziale l’album chiude con uno sguardo aperto al futuro: ci salveremo allora?
Voglio credere che i buoni vinceranno, e per questo chiudo il disco con un pezzo positivo ma per il resto c’è molto tormento. Come in Milano, una città che ti porta al cielo e ti sbatte nei suoi sotterranei, che ti illude ma sa anche premiarti; certamente disorienta perché va troppo veloce e il punto di vista da cui la descrivo è lo sguardo di chi la vive arrivando dalla provincia, con tanti sogni nel cassetto. È la Milano dal balcone di casa mia, che in pochi anni è cambiata tantissimo e fa capire quanto si debba entrare nei suoi meccanismi per farne davvero parte ma che finisce per lasciare disorientati

Eppure, di fronte a tutto, ho voluto chiudere il disco con Sorridimi, dedicata a mia figlia. È un pezzo nato in una di quelle mattine in cui ero inchiodato nel letto con mille pensieri in testa e a un certo punto vedo mia figlia sorridermi. Cosa le puoi dire? “Sorridimi e salveremo il mondo”, non so come ma sarà così. L’unica salvezza è nella purezza dei bambini e se ogni giorno ciascuno ha la propria guerra da combattere e allora alzati e vai a combatterla.

Passiamo dai contenuti alla forma musicale: che tipo di suoni hai messo in come se non ci fosse un domani?
Volevo fare un disco rock che fosse come le sue parole, urgente e di pancia. Da una parte c’è l’Omar dei Timoria, quello che ha lavorato per tanto tempo in una band, l’Omar chitarrista rock; e dall’altra il nuovo Omar cantautore, un Omar che si conosce meno perché è comparso al Festival di Sanremo e poco dopo è finito in un letto d’ospedale. Tutti i pezzi sono nati al pianoforte e alla chitarra a casa mia e la veste più aggressiva è arrivata dopo, in studio con la band.

Ci sono svariate collaborazioni in questo disco, da Noel Gallagher a Ian Anderson: ce le racconti?
Personalmente non amo i featuring a distanza – oggi fioccano fin troppo numerosi! – e anche in questo sono vecchio stile: queste mie collaborazioni sono nate da incontri personali. Qualche anno fa Noel Gallagher mi ha fatto entrare nella sua agenzia inglese dopo esserci conosciuti a un concerto degli Oasis, che sempre adorato. In occasione di un loro live italiano ho incontrato un vecchio amico che aveva iniziato a lavorare con i Gallagher; mi presentò Noel a fine spettacolo e chiacchierammo un po’, scherzando anche sul fatto che siamo nati a poche ore di distanza.

Quando quel mio amico mi disse che gli avrebbe mandato le mie canzoni, mi vergognai tantissimo e, convinto che non avrebbe ascoltato nulla, gli inviai comunque alcune tracce. Beh, Noel le ascolto davvero, mi fece contattare e mi diede appuntamento a Londra; era il sogno di una vita ma a 45 anni non pensavo più di poterlo fare. Da lì nacque Che ci vado a fare a Londra, progetto che mi aprì le porte dell’Inghilterra con la band inglese The Folks. Il rapporto con Noel è molto umano e il pezzo che mi ha donato è una piacevole eccezione perché non ha mai scritto per altri.

Secondo nome illustre è quello con Ian Anderson: come è andata con lui?
Ascolto i Jethro Tulls da quando ero ragazzino e mai avrei immaginato di ritrovarmi a cena con Ian Anderson. Per la band, dopo esserci conosciuti, ho fatto da Virgilio quando erano i tour in Italia e tramite il loro fonico italiano – con cui avevo fatto amicizia e che conosceva bene la mia musica – ho fatto avere loro Angelo ribelle perché pensavo potesse piacere. Sapendo che Ian è un tipo tosto, gli fece sentire il pezzo durante un lungo viaggio aereo per l’Australia; tornato in Inghilterra Ian mi mandò via mail una traccia audio con un intermezzo e addirittura un assolo finale.

Terza presenza importante è quella di Lawrence Ferlinghetti…
È un vecchio amico e mi ha chiamato dicendomi di avere una canzone per me; si trattava di un suo reading poetico registrato a Los Anegles su una minima base musicale. Gli feci notare che non era una canzone vera e propria… Lawrence, allora, mi propose di musicare io la sua poesia. È stato il momento più alto della mia carriera: avere un testo dell’ultimo artista della generazione musicale beat degli anni 70 su cui ho composto la mia musica.

Questa la tracklist di Come se non ci fosse un domani: 1. Come se non ci fosse un domani, 2. Fuoco a volontà, 3. Dimmi non ti amo, 4. Il cielo sopra Milano, 5. Un gioco semplice. 6. Angelo ribelle, 7. Desperation Horse, 8. Ancora lei, 9. Freak Antoni, 10. Sorridimi. Dal 12 maggio Omar Pedrini incontra i fan nelle principali città Italiane secondo il calendario instore pubblicato in questo articolo.

P.S. Come il suo nuovo album, l’incontro con Omar Pedrini in quella che doveva essere una semplice giornata di promozione stampa si è rivelato preziosa occasione di confronto.  Appassionato come un debuttante (anzi di più), Omar ha raccontato quasi fosse un fiume in piena non solo del proprio progetto ma anche della propria vita, scoprendo tutte le carte del suo percorso personale con una sincerità disarmante.

C’è la vita autentica, quella comune, quella quotidiana, quella che fa scendere l’artista-idolo dal fantomatico piedistallo che troppo spesso gli viene messo sotto i piedi; e resta l’uomo, con il suo sguardo acuto e sensibile, la passione per la chitarra e la voglia di guardare avanti prendendo per mano chi è meno esperto. Da(v)vero zio rock.