Le seconde generazioni dell’‘Afroitaliano’ Tommy Kuti: «L’Hip Hop è il collante più grande tra le culture»

«Tommy Kuti è il primo afroitaliano a firmare con una major, ad aprire la strada di un investimento che l’etichetta fa su un ragazzo nato ad Abeokuta, in Nigeria, e cresciuto da sempre in Italia… Il primo di tanti altri che verranno. Perché il mondo è cambiato, come dice lui stesso nel mirabile singolo #afroitaliano» (corsivo mio). Con queste parole Paola Zukar, la signora del rap italiano, introduce nel suo libro – Paola Zukar, Rap. Una storia italiana, Milano, Baldini & Castoldi, 2017, p. 163 – una nuova voce della scena musicale, quella di Tolulope Olabode Kuti alias Tommy Kuti.

Classe 1989, nato in Nigeria ma vissuto nella provincia lombarda, questo giovane dalla socievolezza e simpatia trascinanti si è affacciato al panorama discografico con un brano che è insieme rivendicazione e messaggio, senza quella dose di rabbia e supponenza che spesso il rap accoglie in sé. Afroitaliano è il primo singolo ufficiale con Universal Music e suona come una vera carta d’identità personale che racconta anche uno spaccato sociale che è proprio delle seconde generazioni.Tommy Kuti

Le rime si rincorrono tratteggiando l’autoritratto di un artista che sa guardare attorno a sé con lo sguardo disincantato, in cui trovano spazio anche ironia e autoironia, non certo facili da sfoderare in una provincia che troppo spesso, ancora oggi, fa del pregiudizio il pilastro portante di un confronto con l’altro da sé. Ma la storia di Tommy comunica molto di più: è la (bella) prova di un’integrazione possibile, quella che si vive dalle zone più marginali del nostro Belpaese al centro città.

E Kuti con la sua consapevolezza se ne fa portavoce anche con le sue stesse scelte di vita: lui che, dopo un anno di studi liceali all’estero e una laurea a Cambridge ha scelto di rientrare in Italia. Una decisione che, nel tempo dei “cervelli in fuga”, diventa un impegno nei confronti di se stesso, degli amici e di tutte le giovani generazioni di oggi. «Finita l’università ho pensato che avrei potuto rimanere in Inghilterra a lavorare, ma purtroppo o per fortuna non è andata così. Ho scelto di tornare in Italia – racconta Tommy – perché sentivo la necessità di raccontare la storia della mia gente, delle persone come me».

Una decisione che, di questi tempi, non è così scontata…
Beh, ho sempre vissuto in Italia e mi sono reso conto di una cosa in particolare: la TV e i media non parlano della gente come me, quella che s’incontra per la strada tutti i giorni. Non abbiamo una rilevanza mediatica e anche molti miei amici che fanno gli attori vengono chiamati solamente per interpretare certi stereotipi; non è mai stata ritratta la semplicità di chi abita e lavora in Italia.

Ecco, sono tornato con l’obiettivo di raccontate la gente come me; ho sempre intuito che la musica e lo sport sono i due campi in cui l’integrazione è possibile più facilmente. In fondo, per quanto uno possa avere dei pregiudizi, se ascolta la mia musica e gli piace magari può abbandonare qualche sua vecchia convinzione… E spero che questo accada non solo per me personalmente, ma per tutti quelli che sono attorno a me e non hanno la mia stessa fortuna di vivere qui con tranquillità e con il sorriso.
Tommy Kuti

A proposito di persone, nel videoclip di AfroItaliano, hai coinvolto tanta gente comune ma anche tuoi colleghi rapper: come hai scelto questi protagonisti?
Sono tutte persone che conosco e, innanzitutto, c’è tutta la mia famiglia. Poi ci sono tutte le persone che, per qualche strana ragione, ho incontrato nel mio percorso di vita perché già da indipendente mi sono confrontato con temi sociali. Ho coinvolto, quindi, amici rapper come Laioung, c’è il giornalista Idris, c’è un medico che è zio di un calciatore della Juventus; insomma, ragazzi giovani che fanno cose normalissime. Forse sono socievole e conosco un bel po’ di afroitaliani! (sorride, ndr) Il video, poi, è una citazione della clip di Willie Willie, di cui mi sono innamorato subito. Ho deciso di mostrare la gente normale che lavora ogni giorno e raccontare anche la loro storia in modo realistico perché, forse, non è che gli italiani non sanno, piuttosto non se ne accorgono.

Ma quando è nato il brano?
Il pezzo risale al dicembre 2015 ed è stato il brano che ha convinto Paola Zukar a contattare Universal; sono davvero contento che sia il primo vero singolo del mio debutto con Universal, perché soddisfa lo scopo che mi ero prefissato. Secondo me, infatti, l’Hip Hop, oltre a intrattenere le persone, deve avere una minima valenza sociale, deve parlare di una realtà; pensa a Fabri Fibra che ha portato il genere all’italiano medio, a Clementino che lo ha fatto conoscere a Napoli e Marracash è quello che ha cantato i quartieri popolari d’Italia. Io, magari, sono quello che canta le seconde generazioni senza forzare le cose, perché tutto accade da solo ma credo che l’Hip Hop sia il collante più grande tra le culture.

Ecco, è vero che Fibra ha avuto un ruolo particolare proprio nel tuo primo approccio al Rap?
Eh sì… Era il 2003 quando sono andato in vacanza da mio cugino a Londra e non avevo idea che esistesse l’Hip Hop! Il primo video che ho visto era quello di I’ll Be Missing You di Puff Daddy dedicata a Notorious Big; quando sono tornato avevo la convinzione di inventare il rap italiano ma ho conosciuto Fabri Fibra… mannaggia c’era già chi lo aveva fatto! Ho iniziato ad approfondire il genere e sono arrivato al primo demo nel 2011, Tutti vogliono l’album che secondo me è il mio più grande successo in assoluto (per ora, si spera!) perché l’ho distribuito nel mio paesino, Castiglione delle Stiviere, dove ancora il Rap non arrivava. Lì, quindi, ero doppiamente strano: ero nero e facevo Hip Hop, pensa te! (sorride, ndr) ma la gente in piazza ha voluto ascoltare la mia musica. i vecchietti del paese, i ragazzini e i bambini sono rimasti impressionati, interessati! Tutti hanno creduto in quello che stavo facendo.

In Afroitaliano canti “il mondo è cambiato”: a che punto è giunto, secondo te, questo cambiamento?
Quel verso sicuramente ha colpito molto chi ascolta e spero di essere un po’ anche il simbolo di questo cambiamento. Quando guardavo la TV a 16 anni non c’era nessuno in cui mi riconoscessi, davvero, ma oggi pensando alle generazioni più piccole dei ragazzi italiani: le vedo già nell’ottima del cambiamento, più delle persone della mia età. Per i giovanissimi è normale avere amici stranieri, sicuramente lo è più di quando ero piccolo io: ero l’unico nero a scuola, oggi i miei fratelli non sono i soli.

Hai sottolineato più volte di essere cresciuto in provincia: sarebbe stato diverso il tuo percorso in una grande città, magari Milano? Ti ha limitato?
Sarebbe stato totalmente diverso e, prima di tutto, sarei arrivato qua molto più tamarro! (ride, ndr) Mi rendo conto che in provincia cresci più soggetto al giudizio degli altri e, per questo, non puoi essere uno schizzato totale come certi ragazzini di città… pensa se mi fossi tinto i capelli di rosso a Castiglione delle Stiviere! Mi avrebbero fermato in partenza e mi sarei demoralizzato, forse avrei lasciato stare. La provincia ti mette nell’ottica di ragionare anche con persone diverse da te e, per questo, cerco sempre di raccontare cose rendendole accessibili a tutti, dal farmacista alla tabaccaia, cioè alle persone che non sono necessariamente giovani appassionati di Rap / Hip Hop. Credo che venire dalla provincia possa essere una limitazione in termini di occasioni ma nello stesso tempo è un vantaggio perché rende la tua storia diversa dalle altre. Forse se fossi stato a Milano i capelli li avrei anche tinti, ma siccome sono stato normale finora resto una persona tranquilla!

Che cosa ti distingue, secondo te, dagli altri artisti della tua generazione e a quale pubblico vorresti arrivare?
Mi distingue la simpatia (ride, ndr) e poi racconto la gente semplice come me, quella che incontri in giro tutti i giorni. Per il pubblico, direi che sono confuso… all’inizio miravo a rappresentare i ragazzi di seconda generazione come me, poi ho realizzato che mi piacerebbe arrivare semplicemente a chiunque sia in grado di capire il significato del mio messaggio, delle mie strofe.

Tommy Kuti

Nuovi progetti in vista?
Sì sì… diciamo che siamo a buon punto ed entro l’anno conto di fare uscire un disco.

Esulto quando segna Super Mario / Non mangio la pasta senza il Parmigiano / Ho la pelle scura, l’accento bresciano / un cognome straniero e comunque italiano / A volte mi sembra di esser qui per sbaglio / San poco di me, son loro bersaglio / Ciò che ho passato loro non lo sanno / E il mio passato mai lo capiranno / Mi dai del negro, dell’immigrato / Il tuo pensiero è un po’ limitato. Perché il mondo è cambiato e Tommy Kuti lo racconta (anche) nelle sue note. E non è complicato.