#NuoveProposte L’indomito spirito di libertà di Marianne Mirage: «Cerco il suono vero». Intervista

Chitarra in braccio, sicurezza da vendere, grinta di una leonessa e una canzone dall’anima black che colpisce fin dal all’ascolto. Questo il passaporto artistico con cui Marianne Mirage si presenta sul palco del 67° Festival di Sanremo tra le Nuove Proposte, portando una maturità musicale e un disincanto raffinato e nello stesso semplice.

Quella di Marianne è una canzone che sferra il suo pugno con guanto di velluto, raccontando un bisogno d’amore che rifugge la banalità delle rime semplici e, nella sua pietrosa levità, testimonia un sentimento sofferto. Le canzoni fanno male – questo il titolo del brano – porta la firma di Francesco Bianconi e Kaballà e dà anche il nome all’EP in uscita il 10 febbraio per Sugar Music.

marianne mirage cover sanremo

Nel DNA di questa venticinquenne figlia del mondo ci sono la musica, la pittura, la recitazione, la scrittura; un intero mondo artistico inseguito e scandagliato in ogni angolo del pianeta. Dall’età della scuola, infatti, Marianne ha iniziato un viaggio che già l’ha portata a vivere a Dublino, Londra,  Berlino e Parigi seguendo uno spirito indomito di libertà che non l’hai mai più abbandonata.
Proprio quest’attitudine colpì la signora Caterina Caselli nel suo primo incontro con la giovane di Cesena.

Signora Caselli, come incontrò Marianne?
Ci siamo incontrate per la prima volta due anni fa. Venne in ufficio con la sua chitarra e ci ammaliò subito. È una ragazza italiana ma anche d’Europa, anzi e del mondo, e ha alle spalle un’esperienza importante di crescita e confronto personale, ma anche artistico, in quel di Londra quando era solo sedicenne. È lì che ha consolidato il suo desiderio di cantare. Marianne è una ragazza che adora la musica, in assoluto la forma artistica che ama di più, ma si muove bene in tutte le arti. È una persona che stupisce, è umile e sa mettersi in gioco, ma è soprattutto una persona di cui fidarsi. Tutta la Sugar crede in lei ed è una persone su cui poter fare affidamento.

Ora Marianne approda a Sanremo: che tipo di percorso avete fatto con lei e che spirito musicale portate sul palco?
Sanremo è un appuntamento importante a cui Marianne si è preparata con un EP tutto nuovo oltre che con il brano in gara. Lei, infatti, voglio sottolineare non è solo un’interprete ma anche un’autrice e questa è una cosa importante: nelle sue parole e nella sua musica c’è tutto un lavoro, anche estetico, da parte sua. Quello che abbiamo portato avanti in questi ultimi due anni con lei è il metodo di lavoro che ci contraddistingue, quel lavoro di editore vecchia maniera, che opera sulla carriera e sul repertorio. È faticoso, certo, perché richiede tanta dedizione, ma vorremmo continuare a lavorare così, come editori artigiani che operano in profondità facendo scommesse di volta in volta.

E dopo queste parole piene di stima, Marianne inizia a raccontare il proprio percorso nella musica e non solo, a partire dal suo nome d’arte, il primo incontro con la musica soul, la sua storia e la scelta del brano per l’Ariston: “porto questo pezzo, anche se non l’ho scritto io, perché mi sentivo di cantare quelle parole su quel palco, non aveva senso una  scelta differente”. Niente male.

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Marianne, come ti sei avvicinata alla musica e qual è la tua formazione musicale?
I progetti non nascono mai da soli; innanzitutto nascono da chi sono io, figlia del mondo, ma anche grazie a chi sta intorno a me. I miei ascolti sono da sempre legati al soul, al jazz e al blues che ascoltavo fin da bambina; un po’ meno spazio ha, invece, avuto il pop italiano… Quando avevo 12 anni ricordo che mio padre mi ripeteva che non avrei mai potuto cantare perché non ero nera; l’incontro con la musica di Edith Piaf mi ha convito che poteva anche esserci qualche eccezione. Mi ha consolidato nella scelta di voler perseguire nell’arte. Mi piace mettere insieme ascolti diversi e credo che la musica di oggi abbia bisogno di questo.

Sei giovanissima, ma hai già vissuto in ogni angolo d’Europa: quanto è importante per te viaggiare e da dove nasce questa passione?
L’amore per il viaggio è nato grazie a mio padre, che lavorava sulle barche e quando doveva partire per consegnarne una ai legittimi proprietari mi portava con sé. Per me viaggiare è sempre stato importante, anche perché non ho mai sentito l’Italia come unica casa. Ancora giovane sono andata a Dublino, poi Londra e tante altre città europee.

E come sei arrivata al progetto Le canzoni fanno male con Sugar?
Mi sono trasferita a Milano per frequentare il centro sperimentale di cinematografia e sempre qui ho studiato all’università: lo dovevo alla mia famiglia, umile nelle sue possibilità e che non ha mai avuto pretese di realizzazione per me. L’idea che il pezzo di carta contasse qualcosa era importante per i miei genitori ma devo dire che studiare lettere e filosofia mi ha aiutato anche nella scrittura e nella sensibilità. Non rimpiango affatto di aver preso laurea e quello che ho fatto è perché l’ho sempre voluto. Proprio qui, in un pub lungo i Navigli, ho conosciuto una band che suonava jazz e passavo molto tempo con loro; un giorno passò nel locale un ragazzo che mi propose di far ascoltare le mie canzoni in Sugar. Sono piaciute e oggi sono qui.

Il lavoro che hai fatto, su di te e sulla tua musica in questi ultimi anni, quanto è cambiato e quanto sei cambiata tu?
Non sono cambiata, mi sono perfezionata. Ho acquistato la consapevolezza di chi volevo essere e questo percorso è stato di affinamento, anche grazie all’aiuto di altri autori. Imparo molto dalle persone attorno a me e sono loro ad avermi insegnato tanto su come scrivere il pop. Non ho mai voluto, però, snaturarmi perché voglio rimanere sincera. Se non lo fossi si sentirebbe.

Come nasce il nome d’arte Marianne Mirage?
Sono romagnola e questo è un nome che incuriosisce, anche la signora Caselli ne è rimasta stupita. Ho sempre pensato che sul palco si deve essere qualcosa d’altro rispetto a quello che si è nella vita anche perché portare davanti al pubblico Giovanna mi avrebbe ricordato quando i miei genitori mi sgridavano. In verità, cercavo un nome non vero per non farmi riconoscere dai compagni di classe su Facebook! (ride, ndr) A parte gli scherzi, ho scelto Marianne perché mi piaceva l’idea di libertà del nome Marianna, la sua naturalezza, mentre Mirage ha in sé l’idea di miraggio, di qualcosa che prima non c’era e poi compare. È un nome difficile ma, nell’insieme, suonava bene.

marianne mirage

Partecipi al Festival di Sanremo con il brano Le canzoni fanno male: quale attitudine porti sul palco?
Oggi mi trovo davanti un palco che mi fa scontrare con un pubblico vero ed è ancora più bello per me portargli un retaggio musicale straniero. Cantiamo in italiano ma su una musica non prettamente italica, che ricorda anche esteticamente l’estero, e in questo momento sto vivendo un piccolo sogno. Ringrazio Sugar perché mi permette di essere me stessa. Abbiamo lavorato talmente tanto sulle canzoni e su di me: tutto il percorso compiuto insieme mi fa assolutamente riconoscere in ciò che sto facendo oggi.

Che tipo di proposta musicale presenti a Sanremo e nel tuo nuovo EP?
La mia proposta è quella di chi non guarda la tendenza che va per la maggiore, ma quello che sento io e so che è la strada più difficile. Vado a Sanremo con uno spirito molto maschile, perché questa canzone mi sta dando questa energia: un carattere disilluso verso l’amore e la sensazione di forza imperturbabile. Spero di farlo nel migliore dei modi per trovare il mio posto. Non sento la competizione, ho legato con tutti gli altri giovani in gara e ho trovato grande affinità con Maldestro. Sono felice del gruppo nel suo insieme e salgo sul palco portando la mia grinta attitudinale.

Nel tempio della canzone d’amore presenti un pezzo che canta quel sentimento in maniera non tradizionale…
Non è una canzone contro le ballad d’amore, anzi è un momento di riflessione, il brano di una persona che ha sofferto tanto e ritorna sui propri passi. Nel brano si ritrovano il mio lato raffinato e una parte più grezza: sono io, dal volto d’angelo con dei capelli indescrivibili, e sono anche gli ingredienti di quello che canto e di quello che scrivo.

Sei autrice dei tuoi brani ma all’Ariston porti una canzone che non hai scritto tu: perché questa scelta?
Semplicemente porto questo pezzo di Francesco Bianconi e Kaballà perché mi sentivo di cantare quelle parole su quel palco, non aveva senso una scelta differente. Ho lottato per avere quella canzone perché non appena l’ho sentita me ne sono totalmente innamorata e non ho neanche voluto mettervi mano perché era perfetta così. Bianconi è stato disponibilissimo con me e sono convinta che dopo questa collaborazione possa nascere altro. In verità, Sanremo non era nei piani: ci abbiamo pensato quando ho avuto la canzone in mano.

Il 10 febbraio pubblichi un EP prodotto da Tommaso Colliva e Riccardo Damian: che tipo di lavoro avete fatto?
In questo EP volevo concentrarmi sul lato più intimamente mio, quello che ama il soul e la cosa più bella è stata suonare live. I talent ci abituano a basi preregistrate ma le canzoni vivono sul palco, è lì che la musica funziona e si consuma. Sono nata cantando live all’estero per le strade e in questo progetto ho raccolto quello che sono io, parla di me. Nelle canzoni non riesco a non essere autobiografica, è più forte di me; tutto quello che canto ha a che fare con me e sento la canzone sanremese come fosse mia.

marianne mirage 2017

Non ho una tecnica definita, di solito testo e musica nascono insieme in inglese o francese, mentre l’italiano arriva dopo, con un grande lavoro di lima sulle consonanti, sulle rime, sui suoni, sulle divisioni. Così abbiamo proceduto anche sul piano produttivo, con una grande attenzione ai dettagli. Tutte le canzoni hanno produzione estera, quindi pensare di promuoverle fuori Italia è un’idea prematura ma sicuramente faremo qualcosa.

La dimensione che più ti appartiene è quella on stage: che tipo di live stai preparando per le prossime settimane?
Immagino già queste canzoni sul palco, dal vivo ci divertiamo! Sono partita esibendomi con chitarra e voce e per me ogni persona che entra nella band è davvero importante perché voglio al mio fianco musicisti veri  per un suono vero. Meno basi e più live: è sul palco che fai vedere quello che sai fare e sul palco ho imparato ad andare a tempo. Per quanto riguarda la formazione, invece, ho già un bassista e un batterista e ci sono io alla chitarra, ma mi piacerebbe avere anche un corista uomo, lo stiamo cercando.

 Ultima nota di costume: con che look ti presenti al pubblico del Festival di Sanremo?
Lo stiamo ancora definendo, ma sicuramente non avrò fiori!

L’EP Le canzoni fanno male è stato realizzato a Londra con la produzione di Tommaso Colliva e Riccaro Damian e contiene, oltre al pezzo sanremese, le tracce Un’altra estate, L’ultima notte, In tutte le cose e Corri, brano scelto da Pupi Avati come colonna sonora del nuovo film per la tv Il fulgore di Dony. A riconferma di uno spirito artistico, quello di Marianne Mirage, che non conosce barriere.