I Baustelle tornano con ‘L’amore e la violenza’: «Un disco di canzoni amorose sotto i bombardamenti»

Discesa e risalita, passato e presente: i Baustelle si muovono straordinariamente in un equilibrio sistemico di musica e parole come fossero su un filo dorato che attraversa la contemporaneità senza che questa possa intaccarne la sincerità spirituale. Ecco, allora, i quadri di un oggi pieno di conflitti, polarizzazioni, stranezze, fragilità, vita e morte insieme e in questo guazzabuglio di sentimenti Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini sanno trovare quel sottile filo che ancora tiene salda la speranza.

Il 13 gennaio esce il loro nuovo album, L’amore e la violenza (Warner Music), un disco in cui poli tanti diversi si toccano, l’amore ha un tono anche ironico e la violenza non è mai violenta, l’assenza diventa presenza, i toni cupi e i racconti amari fioriscono quasi alchemicamente in una dimensione tanto delicata quanto coraggiosa.

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Quello che Bianconi e compagni regalano – e mai questo verbo, forse, è stato più adatto a un album – è una sensazione strana all’ascolto, una sorta di sospensione sul mondo osservato standoci esattamente nel suo cuore più tumultuoso; un attimo in cui tutto si ferma per essere guardato più addentro e sfugge presto, una piccola luce nel buio che avvolge tutto. Tanti sono i sentimenti che trascorrono nelle dodici tracce del disco, almeno quante sono le sfumature fra amore e violenza, tracciate in un equilibrismo dolceamaro che è la firma del trio, unendo musicalmente un’elettronica a tratti rarefatta con il cantautorato vecchia scuola.

Come è nato questo progetto e da dove arriva la scelta del titolo L’amore e la violenza?
È nato tutto partendo dal titolo, per superare il blocco dello scrittore ci siamo dati un tema. E il tema dell’anno è stato, in maniera quasi tristemente banale, guardare il mondo e rendersi conto che è in guerra. Una guerra diversa dal concetto abituale, perché entra nel privato, nell’intimo. Abbiamo pensato, allora, perché non fare un disco di canzoni d’amore in tempo di guerra? Da lì si sono accese tutte le idee, con tutti i possibili riferimenti letterari partendo da Prévert; sono storie d’amore liriche, poetiche sullo sfondo della guerra.

Dal punto di vista dei testi, l’attualità la fa da padrona e viene proposta attraverso il velo della poesia: che tipo di racconto presentare in questo album e quanto la letteratura può essere un valore aggiunto nel descrivere l’oggi?
Non so se sia un valore aggiunto, ma certamente è un modo attraverso il quale l’arte può raccontare il mondo contemporaneo attraverso un’ottica diversa, che non sia quella di un manuale di storia. Il filtro della soggettività è inevitabile, a maggior ragione questa volta che lo abbiamo messo come programma: raccontare una cosa pubblica e politica come lo stato di cose dell’Occidente di oggi. Di fatto l’amore e la violenza siamo noi e il nostro intimo in un contesto di guerra. Il disco è una lunga canzone d’amore sotto i bombardamenti.

Con quale spirito si è sviluppata l’idea originale alla base dei nuovi inediti?
Riconosco che ultimamente mi trovo sempre più spesso a constatare un certo stato d’animo: quello di essere immerso in qualcosa da cui vorrei ritirarmi, quasi annullarmi come in una nobile sparizione che aspira a un mondo migliore. Nell’album questo si declina in vari modi; per esempio nell’ironia di Eurofestival in cui gioco su cose tristemente vere, crude, contrastanti, una sorta di ritratto di una grande fiera delle atrocità o, se vogliamo, l’idiozia di questi anni.
Ne Il vangelo di Giovanni emerge proprio quel sentimento di non esserci: constatando ciò che c’è attorno e capendo che il tempo passa veloce, mi rendo conto di volerlo trascorrerlo altrove, impegnandolo in maniera più produttiva.

Quanto ti ha segnato, anche in questo approccio, l’essere diventato padre?
Parecchio e proprio in Lepidoptera dico che non sono mai stato tanto attaccato alla vita. Quando diventi padre sembra che acquisisci dei superpoteri, difenderesti il tuo cucciolo con istinto animale, e insieme nasce un senso di estremo attaccamento alla vita perché mai come in questa condizione di pace non vorresti mai morire. Sarà perché ho avuto un figlio non da giovanissimo, non saprei… a me ne è mai fregato niente della morte,  ma da quando sono padre, ecco, mi girerebbero le scatole se dovessi morire proprio adesso.

Tra bombe e conflitti, L’Era dell’Acquario sembra promettere un cambiamento: come nasce la traccia e come si inserisce nel disco?
Dovremmo essere entrati in questa era improntata alla fratellanza e all’amore, un’era hippie, però se ci guardiamo attorno non sembra… La canzone  ha una doppia genesi: è stata ispirata dalla considerazione di un’amica che una volta mi ha detto “Stai tranquillo, ora siamo entrati nell’era dell’acquario, tutto migliorerà” e da un articolo che ho letto dopo i fatti del Bataclan. Nel suo pezzo Michel Houellebecq ha scritto un pezzo terribile, in cui sostiene che forse abituarsi al terrorismo è l’unico modo per affrontarlo e fargli perdere ogni senso… L’Era dell’Acquario è un po’ una canzone auto consolatoria, un invito a non aver paura perché la follia nell’uomo c’è sempre stata…

E del primo singolo Amanda Lear cosa potete raccontare?
È una canzone cervellotica, nessuno o quasi l’ha capita! È una storia d’amore in cui lei continua a ripetere che niente dura per sempre e il compagno, prendendo alla lettera queste parole, tradisce la sua donna. Questo è raccontato attraverso un doppio flashback nel testo. Amanda Lear entra in verità solo perché in un passaggio diciamo “I wanna be Amanda Lear / il tempo di un LP / il lato A, il lato B”, ma poteva essere chiunque altro! Non è un brano su di lei… Ovvio, ci piace Amanda Lear, è un’icona pop e a una che è stata fidanzata con Salvador Dalì e David Bowie le devi voler bene per forza! Quindi alla fine siamo contenti che metricamente ci stia il suo nome piuttosto che tutto il resto.

Musicalmente questo disco raccoglie atmosfere diverse, tra passato e sperimentazione: quali sono state le principali influenze?
Questo disco, secondo noi, manipola influenze, amori proibiti e anche opposti. Tipo quello per Viola Valentino e i Ricchi e Poveri, Venditti e la Loretta Goggi di Maledetta primavera. Abbiamo voluto fare un album pop in cui fare emergere le nostre passioni anche dell’infanzia, quelle che poi restano in testa tutta la vita. Credo che in molti periodi la musica sia stata fantasticamente articolata, come negli anni Ottanta e Novanta, con tanti gruppi anche italiani dotati di grande personalità e riconoscibilità.

Ph. Credit Gianluca Moro

Ph. Credit Gianluca Moro

Come avete lavorato sul piano del suoni?
Teniamo alla stratificazione dei suoni e in questo album abbiamo usato vecchi strumenti. La storia a volte cammina all’indietro, ci sono strumenti inventanti molti decenni fa e che sono tecnologia avanzata e vincente ancora oggi. Crediamo che una canzone è fatta di spartito, armonia, parole ma anche dal suono e dal timbro con cui viene eseguita. Il suono di un moog vero e di un sintetizzatore analogico, per esempio, non è comparabile al suo emulo digitale neanche oggi. Anche nelle canzonette pop come nella musica cosiddetta colta pensiamo siano più che importanti timbri e arrangiamenti.

Niente computer dunque?
Nessun computer. Piuttosto l’orchestra tramite mellotron – una sorta di primordiale campionatore – inventato negli anni Sessanta e molto usato nei Settanta, organi, piani elettici, chitarre acustiche ed elettriche.

Come è stato lavorare con Pino Pischetola?
Conosciamo Pino da tanto, e lo ammiriamo. Oltre al mondo pop è legato da sempre al nome di Battiato e abbiamo scelto lui anche per valorizzare il contrasto tra sugli strumenti che abbiamo usato noi e il pop di oggi. Pischetola è il suono della musica leggera italiana di oggi ed è stato bravissimo: gli riconosciamo un grande merito nel risultato finale e nella visione del mondo che comunica.

Di fronte appunto al tipo di ritratto dell’oggi che presentate, che tipo di risposta vi aspettate dal pubblico? Non temete che potrebbe non capirvi?
Se facciamo quello che facciamo è perché presupponiamo un pubblico intelligente: se lo abitui, può ascoltare anche cose pesantissime, non è l’artista che si deve piegare al pubblico. E noi abbiamo fiducia nel nostro.

Rachele, tu arrivi a questo disco dopo album solista: quanto di quell’esperienza è stato utile in questo album e cosa ha aggiunto al lavoro di gruppo? Qualcosa è cambiato?
Non saprei quantificare ma posso dire che quella da solista è stata una bella esperienza, nuova, forte, che mi ha dato forse più sicurezza anche grazie al fatto di aver lavorato con persone nuove. Forse ho rotto qualche barriera, qualcuna invece è rimasta, ma sono cresciuta. Io, in fondo, sono sempre la stessa, con il mio mondo che mi porto dietro, e mi ha fatto bene lavorare da sola anche sul piano personale perché mi ha regalato un nuovo sguardo che poi ha giovato anche al lavoro di gruppo.

buastelle calendario

Presto tornate in tour (qui il calendario): perché i teatri?
Il teatro costringe a un ascolto e a un coinvolgimento più attento. Dopo il tour Fantasma, torniamo nei teatri, ma con un approccio diverso; portare questo disco su quel tipo di palco sarà più che altro una sfida.

Ultima domanda: cosa vi augurate per il mondo – musicale e non – in futuro?
Oggi il mondo della musica è forse un sistema che, per come è strutturato, porta a creare cose finalizzate al successo immediato ma meno personali. E posso anche capirlo perché se vuoi sopravvivere traendo profitto dalla musica, non resta molto altro… Quello che vorremmo noi? U mondo migliore, con maggiore libertà d’espressione.