Passione e responsabilità, la geografia musicale di Jack Savoretti: «In ‘Sleep No More’ ho cercato l’equilibrio»

Si intitola Sleep No More (Bmg Rights Management/Warner) il nuovo album di inediti firmato dal cantautore italo-inglese Jack Savoretti che ha anticipato il mood del disco con il singolo When We Where Lovers. Per l’artista questo progetto arriva a riconferma di un felice connubio con l’Italia, paese di cui parla sempre con l’entusiasmo e la riconoscenza di chi vi ha trovato una seconda – e amata – casa.

Voce graffiante, suoni diretti e testi che inanellano quadri di vita vissuta, Sleep No More è il capitolo che continua il discorso sonoro iniziato con il precedente Written in Scars e si snoda in tracce per le quali l’artista ha coinvolto produttori del calibro di Mark Ralph, Sam Dixon, Matty Benbrook, Cam Blackwood e Steve Robson. Una gran bella squadra coordinata da un Savoretti che ha sempre nel cuore (e nelle orecchie) la musica di Battisti, Tenco, De André, Guccini e Dalla. Sulla rotta Italia-Regno Unito e ritorno.

cover disco savoretti

Sleep No More è il tuo nuovo disco: come lo presenteresti e in cosa è diverso rispetto a Written in Scars?
Questo album è un lettera d’amore, ma nel senso di ringraziamento, come credo diventi ogni lettera d’amore col passare del tempo: inizia sempre da un richiamo o bisogno dell’altro e finiscono con un “non esisto senza di te”. È un’acquisizione di consapevolezza. Si tratta di un album tematico, che parte da When We Were Lovers che racconta quella malinconia che  volte entra nelle ossa e fa pensare a ciò che eravamo. È la prima canzone che ho scritto per il disco e questo era il sentimento iniziale, quel riguardare al passato con più affetto rispetto all’oggi o al futuro. Ma proprio allora mi sono reso conto che quello che abbiamo oggi e stiamo costruendo è centomila volte più bello di come eravamo allora. E nel disco racconto la consapevolezza raggiunta per cui sono che dove stiamo andando è molto più bello di quando ballavamo sotto la pioggia anni fa.

Dopo il primo brano, come hai sviluppato il “viaggio” del disco?
In questo album volevo proprio che venisse evidenziato il percorso, il viaggio dall’idea iniziale fino alla chiusura con Lullaby Loving, che è la realizzazione del senso di responsabilità. Mi sono trovato a un incrocio: da una parte la passione e dall’altra la responsabilità e tutti quelli che conosco si sono buttati in una direzione sacrificando l’altra. Ho cercato di trovare una strada nel mezzo, un equilibrio; credo che sia un’esigenza proprio della mia generazione. Molti uomini, e soprattutto donne, sentono la pressione di dover scegliere tra amore e professione: ma perché non si possono avere entrambi? È questo il conflitto che sta al centro del disco.

Come hai lavorato all’album e quanto è durata la lavorazione?
Il primo singolo di questo disco, When We Were Lovers, è nato quando ancora ero impegnato con l’album precedente; da subito l’ho amato ma mi ero accorto che non c’entrava nulla con il resto della tracklist, perché già segnava un nuovo capitolo. L’ho tenuto da parte e, quando si è concluso il ciclo di Written in Scars, mi sono riservato sei mesi per scrivere questo lavoro; in verità, poi, quando quel disco è entrato nella Top10 inglese e abbiamo sentito ancora tanta energia, abbiamo preso nuovamente la tavola da surf e cavalcato quell’onda. Dei sei mesi preventivati ne erano rimasti due/tre e le opzioni erano o fare tutto in quel lasso di tempo o rallentare e prendersi due anni. Alla fine ha prevalso lo spirito del “facciamo vedere a chi ci ascolta quello che sappiamo fare”. Siamo entrati in studio con questo spirito, totalmente diverso dal passato, che ha contagiato tutti. Questa strana tempistica ha dato vita all’album e a me è piaciuta tantissimo; credo che siamo riusciti a esprimere quello che volevamo.

E sul piano musicale che cosa è rimasto in Sleep No More del disco precedente e in che cosa, invece, suona diverso?
Questo album, forse, musicalmente è più romantico, più sentimentale, più introspettivo e meno arrabbiato. Detto questo, è anche vero che Written in Scars è il disco che ci ha promosso in serie A: nel fare questo album sapevo perciò che, volendo rimanere in A e magari puntare allo scudetto, dovevo aggiungere qualcosa di diverso. Ho cercato questa diversità anche coinvolgendo due produttori come Cam Blackwood e Mark Ralph che hanno portato a un livello sonoro più sofisticato, con un maggiore spessore.  Hanno dato più profondità al suono.

La tracklist mostra una commistione di pop moderno a cantautorato italiano con una varietà di influenze molto ampia: a chi ti sei ispirato nei suoni?
Io detesto parlare di generi né sono fan di quegli album che sembrano suonare come fossero una canzone unica. Al contrario, ho sempre amato artisti come Lucio Battisti e Paul Simon che nei loro album creano varietà di ritmi e stili, che salgono e scendono. Le canzoni di questo album, ecco, dimostrano quanto io non voglia essere categorizzato in una sola nicchia specifica. Ne ho il terrore e forse le ultime tre tracce, così diverse tra loro, lo spiegano bene.

Le tue influenze musicali, quindi, sono più anglofone o italiane?
Sono cresciuto con la musica italiana ma ho impiegato un po’ di tempi prima di rendermi conto della sua influenza su di me. Nei primi due/tre album avevo coltivato soprattutto le influenze californiane e mi ero dimenticato delle radici italiane; me ne sono accorto solo quando hanno iniziato a dirmi di approfondire le mie influenze inglesi. Ma in quel senso ho solo radici americane o italiane, non inglesi. Con papà ascoltavo, per esempio, Battisti, Dalla, Guccini, De André: la colonna sonora della mia gioventù è stata il cantautorato italiano. Allora ho riacceso quella fiamma, volendo fare un album dallo stile italiano in inglese e da quel momento mi sono divertito molto di più nello scrivere. E il fatto di voler portare la mia musica qui è frutto anche della mia testardaggine e della voglia di avere davvero a che fare con l’Italia.

jack savoretti

Come hai costruito le tracce di questo progetto?
Se per il precedente lavoro ero sempre partito dai ritmi, qui non l’ho fatto per tutte le canzoni. Quella resta la filosofia di lavoro, per cui quando entro in studio amo individuare il groove, i movimenti di un pezzo. Però, stavolta ho combinato un po’ la vecchia scuola dello strimpellare la chitarra con il fatto di partire dal ritmo. E ho cercato di metterci molta naturalezza, perché essere troppo perfezionisti fa perdere tanto alla musica: sono l’istinto e la genuinità che a me piacciono nel fare musica, quel momento in cui dal niente nasce la canzone.

Tornerai dal vivo in Italia a inizio 2017 (il 24 febbraio al Fabrique di Milano e il 26 febbraio al Teatro Carlo Felice di Genova): che cosa stai preparando?
Abbiamo iniziato la tournée inglese ed ero terrorizzato alla prima data. Presentiamo dal vivo tutte le canzoni dell’album e di questo sono molto fiero. Siamo on the road da dieci anni, passando dalle esibizioni nelle pizzerie ai teatri, e ora vogliamo proprio far perdere il pubblico nella musica, volare insieme per un’ora e mezza. I nostri spettacoli sono sempre stati molto rilassati e intimi – e così vogliamo che rimangano – ma vogliano anche offrire uno show che davvero abbia