‘Napoli Jazz Songs’, il nuovo album di Vittorio Mezza: «Un disco mediterraneo per respirar bellezza». Intervista

Disponibile dallo scorso 7 ottobre, il nuovo album di Vittorio Mezza si intitola Napoli Jazz Songs e costruisce un territorio in cui la tradizione musicale partenopea si rinnova. Grazie al piano del maestro, al contrabbasso di George Koller e alla batteria di Davide DiRenzo brani che hanno segnato il bel canto all’italiana ritrovano una nuova modernità confermando il legame con l’America. Tu vuò fa’ l’Americano, Tamurriata Nera, Lacreme Napulitan, C’era una Volta in America e Nuovo Cinema Paradiso sono l’ossatura di un disco che abbraccia anche la melodia del bluesman italiano Pino Daniele con Quanno Chiove. Ma come si può, oggi, aggiornare una tradizione decennale? Lo abbiamo chiesto proprio al Maestro Mezza.

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Come è nato il progetto Napoli Jazz Songs?
In maniera molto strana, poiché avevo pensato a un disco su brani cult della storia del rock da suonare in jazz trio e invece la mia manager canadese – Jadro Subic – mi ha proposto, senza alcuna esitazione, un progetto su Napoli.

La tracklist comprende alcune delle tracce che hanno fatto la storia della musica partenopea: quali sono stati i criteri di selezione?
Insieme a Jadro abbiamo fatto una scrematura di circa una ventina di brani e poi sono arrivato a quelli attuali della tracklist. Ho pensato soprattutto al grado di plasmabilità e di ‘jazzibilità da trio’ rispetto a quello che andavo a scegliere.

Se dovesse individuare alcuni sentimenti da associare a questo album, quali sarebbero e perché?
Sicuramente emozioni forti che suscitano cambiamenti importanti nella vita, quali l’amore, la passione, il legame per la propria terra, la ricerca della bellezza e dell’espressione del sé, l’equilibrio tra fede e ragione, temi questi lega ontologicamente all’uomo.

Il disco racconta un legame che va oltre i confini di Napoli e che racconta l’italianità nel mondo: quanto la musica è elemento di riconoscimento di un popolo? E, nello specifico, quanto lo è per gli italiani all’estero oggi?
Nell’epoca della globalizzazione e delle grandi migrazioni, l’italiano all’estero, oggi, conserva i suoi tratti distintivi, le sue peculiarità che vanno dalla mediterraneità, alla freschezza melodica e ritmica, alla bellezza che probabilmente traspare dal ‘respirar bellezza’.

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La chiave della rivisitazione jazz regala una rinnovata modernità a certi brani: in che modo si è approcciato a questi classici cercando di non snaturarne l’anima originaria?
Non è stato facile cercare un equilibrio che preservasse la ‘sacralità’ delle composizioni-poesie da un lato e che garantisse, dall’altro, una riedificazione nuova anche strutturale, nella forma del jazz trio, permeando la musica di un senso di libertà che trova nella musica jazz una delle sua massime espressioni.

L’album presenta una curiosa veste grafica, con un colorato collage polimaterico in copertina che riproduce il golfo di Napoli: da dove nasce l’idea?
Nasce dalla bravissima Gaja Milani che ha cercato una stilizzazione di quelli che sono gli stereotipi della napoletanità ma, questa volta, intrisi di grande contemporaneità.

Quale augurio farebbe a Napoli Jazz Songs?
Di arrivare a quanta più gente possibile, poiché, rispetto ai miei dischi del passato, esso rappresenta una grande apertura all’audience non solo jazzistico. Pertanto, mi auguro che questa mia nuova trasversalità venga percepita e apprezzata dal pubblico.