L’amore rivoluzionario di Francesco Renga: «Questo tour è una scommessa con una consapevolezza nuova»

«Quello di questa sera è stato un racconto e non so cosa ne porterete a casa, ma una certezza c’è. Una sola è la cosa che ci rende migliori ed è l’amore». Sono queste le parole che meglio riassumono l’intero show che Francesco Renga ha regalato al Mediolanum Forum di Milano sabato 15 ottobre 2016. Pronunciate a chiusura del live, giusto prima dei bis di rito, le due frasi – che suonano come versi di una canzone evergreen – raccolgono lo spirito con cui l’artista ha costruito e interpretato un concerto di oltre due ore che premia una carriera sempre coi piedi per terra.

Ph. Credit: Ufficio Stampa

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Dopo il pregevole opening di una firma cantautorale raffinata come quella di Ermal Meta, Scriverò il tuo nome – Live nei palasport si accende sullo stage principale, lineare e insieme mutevole grazie a visual e proiezioni calibrate che esaltano i brani. E dal primo pezzo (Scriverò il tuo nome) Renga si muove su quel palco meritatamente conquistato abbracciando platea e tribune, con quel bisogno di contatto fisico che più volte cercherà durante lo spettacolo.

E il pubblico risponde, eccome, ma con una compostezza che all’inizio può essere fraintesa con freddezza ma che, al contrario, sa di educazione e rispetto. «Non vi sento cantare… state cantando?», ripete varie volte Francesco, la cui voce, come pochissime altre, ha quel timbro e quella corposità che si fanno sentire puliti e limpidi anche in un palazzetto in cui 9200 persone cantano a squarciagola.

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Tre sono sostanzialmente i nuclei del racconto musicale che Renga narra. Sullo stage A lo stile pop-rock melodico segna brani quali A un isolato da te, A meno di te (davvero emozionante), Vivendo adesso, Immune, L’amore altrove e Il mio giorno più bello nel mondo con punte più corpose come su Ci sarai che preannuncia l’anima più esplosivamente rock del finale. Dopo tredici canzoni, l’atmosfera cambia e l’artista, passando in mezzo alla platea e immergendosi in quel contatto ricercato («Ho promesso che sarebbe andato tutto bene, mi raccomando», avverte il suo pubblico), raggiunge lo stage B che idealmente porta nella sala prove in cui la musica prende vita.

È questo lo spazio del set acustico, piccola enclave intima in cui rinascono sorprendentemente pezzi lontani nel tempo o che non hanno conosciuto una particolare storia live. Ci sono Cambio direzione, Senza ventouna di quelle canzoni un po’ speciali»), Stavo seduto, Venerdìè nata in uno di quei giorni in cui ti senti inadeguato e sbagliato e l’unica cosa che puoi provare a fare è scrivere»). E ancora, Dove il mondo non c’è più, Raccontamiun esempio di come una canzone aiuta a sciogliere qualche nodo della vita»), L’ultima poesia e Per farti tornare. Forse, proprio questo cuore musicale così pulsante meriterebbe di essere ancora più valorizzato.

Il ritorno sul palco maggiore è con Angelo, punto di svolta verso la temperatura più alta della serata, che prorompe a tutto volume sulle note di Affogo Baby, Rimani così, Dovrebbe essere così Ora venite tutti qui sotto il palco!»), Sto già bene e Meravigliosa, che trasfigura poi nella ritrovata emozione di Migliore. Ricco anche il corpus dei bis con Sulla pelle, Era una vita che ti stavo aspettando, Guardami amore e L’amore sa, che ancora una volta fa affiorare il fil rouge di un’intera vita artistica.
A caldo, dopo lo show, abbiamo incontrato Francesco che ha confessato le sue prime impressioni e raccontato come è nato il suo Scriverò il tuo nome – Live nei palasport.

Quali sono i tuoi pensieri dopo la prima data ufficiale di un tour che ti porta nei palasport?
Questo per me era il momento della gratificazione perché è con il live che hai la percezione fisica di come è stato accolto tutto il lavoro che c’è alle spalle: è sempre questa la prova del nove. Il concerto è stato pensato per numeri che sono per me una novità; avevo fatto dei palazzetti anni fa ma la vera novità è stata una consapevolezza completamente nuova. Sono arrivato a questo punto al momento giusto e sono molto contento perché credo che le cose si debbano guadagnare e meritare. E devo menzionare la figura forse più importante in tutto questo, cioè il pubblico.

Con quale spirito hai preparato questo show?
Tutti ci meritiamo uno spettacolo bello, che sia divertimento, un modo per stare insieme e fare un percorso che non sia semplicemente una serie di canzoni ma una comunione, una cerimonia artistica in cui ognuno dona e riceve qualcosa, mettendo al centro l’amore. Per come lo intendo io, questo sentimento non è una canzonetta che racconta l’idillio, quanto qualcosa da esplorare a 360 gradi in tutti i suoi momenti. È rivoluzionario almeno quanto il Nobel a Bob Dylan.

Da quale idea siete partiti per allestire questo concerto?
Come dicevo, questo tour ha segnato il passaggio ai palasport e per me è stato difficile anche sul piano strutturale. È impensabile oggi, con tutto quello che il pubblico è abituato a vedere, non dare anche suggestioni visive di un certo tipo. L’idea era quella di creare uno spettacolo equilibrato tra immagini e musica, non dico delicato, ma elegante e discreto con una grande simmetria. Mi dà tranquillità il fatto che non sia sopra le righe o ridondante.

Vieni da un precedente tour teatrale e sembra di avvertire ancora quella dimensione raccolta: quanto l’hai voluta portare nei palasport?
Ho cercato di portare, in maniera abbastanza serena, il mondo più intimo e discreto dei teatri, con una vicinanza fisica fatta di sguardi e contatti, in una cornice come quella del palazzetto. È stata una scommessa per tutti; io ci credevo perché sapevo che il pubblico avrebbe apprezzato e  capito. Ed è stato così, non ci sono stati guai o deliri, perché il mio è un pubblico educato cresciuto insieme a me capendo il limite. Mi sento fortunato. Sono contento e fiducioso.

Ph. Credit: Ufficio Stampa

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Al cuore dello show c’è il set acustico su un secondo palco quasi dimesso: è un modo per recuperare quella dimensione più intima dei teatri?
Sì, e vi rientrano anche il camminare in mezzo alla gente fidandosi della reazione del pubblico, l’arrivare su palchetto alto mezzo metro con un divano scrauso e quattro luci che si accendono. Racconta come nasce la musica, come ho detto durante il live: con i musicisti seduti in una cantina che cercano di dare voce ai propri bisogni per raccontare la vita che li attraversa.

Una perla del set acustico è Senza vento: quanto ha significato per te riproporre quel brano?
Non ero mai risuscito prima a dare la giusta lettura al pezzo al di fuori dei Timoria, perché è l’icona di un certo periodo e mi è sempre sembrato fuori luogo farlo. Riproporlo in questo contesto mi è sembrato adeguato e mi ha divertito moltissimo, in fondo mi ha restituito tutto quello che era rimasto lì e non è andato perduto. Mi ha liberato.

Possiamo dire che il fil rouge di questo live sia l’amore?
Sì, ed è un fil rouge che di fatto unisce tutti i miei progetti, in maniera sorprendente anche per me; il mio racconto sull’amore è partito dal primo disco e in quest’ultimo album è solamente dichiarato in maniera più esplicita. Qesto tema resta anche nel live, in maniera molto naturale tanto che la cosa più semplice e spontanea è stata legare pezzi magari lontani nel tempo ma con gli stessi nodi. Credo che qualsiasi artista abbia alcuni nodi attorno ai quali gira per tutta la sua esistenza, sono ciò che lo costringono a essere artista; nel momento in cui sciogliesse quei nodi forse smetterebbe di essere artista e vivrebbe più sereno (sorride, ndr).

Rispetto alla data zero è cambiata la scaletta? E potrebbe cambiare ancora nelle prossime date?
Ho eliminato Da lontano perché non era ancora a fuoco alla data zero e l’ho voluta togliere io anche per essere tutti più sereni. Per le altre date, invece, la scaletta rimarrà sempre la stessa anche perché cambiare una sola virgola in uno spettacolo così non è facile. Avevo pensato a delel cover e alcune le abbiamo anche provate, ma già così ci sono tante canzoni e ho voluto dare priorità a questo disco che secondo me ha ancora molto da dire. Anche il mio pubblico più fedele, in un sondaggio che ho fatto, si è dimostrato d’accordo con me: ormai ci sono dei pezzi diventati imprescindibili per cui togliere qualcosa diventa sempre più difficile.

Questo tour consta di cinque date: come mai questa scelta? Potrebbero esserci degli sviluppi ulteriori?
Parto con cinque date e questa scelta è anche dovuta alla sensazione dei numeri che si possono ottenere oggi. Da bresciano, ho sempre tenuto i piedi ben saldi per terra per rispetto del lavoro di tutti. Sono felice di questi numeri che per me sono una bella e credibile sorpresa, a fronte di un lavoro costruito piano piano, perché io voglio fare le cose così. Se una cosa deve succedere sono convinto che prima o poi arriva, e ogni azione diventa un mattone saldo con cui costruire qualcosa che rimane. Tutto il mio percorso è stato caratterizzato da questo modus operandi, grazie anche al mio team; non ci appartengono i voli pindarici. Sono convinto che ci sia ancora molto da fare con questo disco, magari più avanti nel 2017 con un altro tipo di live per portare lo spettacolo anche in  quelle zone in cui non ho potuto andare con i palazzetti. Posso non andare nella mia Sardegna?

Come hai sentito la risposta del pubblico in questo tuo percorso?
Credo che quando si arriva a certi risultati il motore di tutto sia sempre la gente. È un momento difficile in genere e, quindi, chi sceglie di venire a vedere un mio concerto lo fa tra tantissime  proposte e magari fa anche sacrifici economici. Restituire la sensazione di non essere semplici invitati ma protagonisti con me di questa festa era il mio obiettivo; spero di averlo raggiunto.

Ci sono al momento pogetti in corso per l’estero?
Abbiamo iniziato a lavorare per il Sud America e il Messico, ma da artigiano preferisco prima consolidare le cose qui. Anche perché credo che le cose arrivano quando devono arrivare, non serve forzare la mano; quando la gente è pronta e sintonizzata con te ti dà la possibilità di realizzare i tuoi sogni.