Esce il nuovo album di Briga: «Parlo a cuore aperto perché il cuore è il mio ‘Talento’». Intervista

Una sola, iconica e laconica, parola dà il titolo al nuovo album di Briga; e quella parola è Talento. Incisiva, pregnante, declinabile su più fronti e “forse un po’ spocchiosa” – come ha detto lo stesso artista – veste a pennello un disco che si fa ascoltare superando ogni distinzione di genere sul terreno musicale.

Coerente nel suo puzzle di colori e insieme variegato come la tavolozza di un pittore, Talento suona come un cubo di Rubik: tante sono le atmosfere e le tonalità che si combinano insieme (tra pop, rock, grunge, hip hop, rap e cantautorato) quanto unitario è il disegno che ne nasce. Perché le tracce che si snodano in questo lavoro raccontano un animo indomito, amante delle sfide, sensibile a tal punto da farsi male ma disposto ad ardere senza protezioni. E, forse, l’unica panacea di tutti i male è proprio la musica, che la vita – talvolta – sa salvarla davvero.

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A unire i punti della tela di Briga contribuiscono testi personali e onesti nei quali riflessione, storia e confessione personali si accavallano con quell’incisività che traccia solchi difficili da riempire, un po’ come ferite da rimarginare. E di ferite, sconfitte, risalite e vittorie Briga ne sa e ne canta a piene mani senza orpelli, insieme anche ad artisti niente affatto banali. Come fossero traiettorie convergenti Gemitaiz, Sercho, Gemello e Mostro & Clementino entrano nell’orbita musicale di Mattia insieme a Lorenzo Fragola Gianluca Grignani e Alessio Bernabei. Anche questo è Talento.

A due anni dal successo di Never Again, arriva l’album Talento: cosa rappresenta questo progetto nel tuo percorso?
Talento è sicuramente il lavoro più importante finora nella mia breve carriera, perché è il passo più grande che muovo nella musica italiana per la mia tanto ricercata e ambita conferma. Perché è difficile levarsi di dosso il giudizio sintetico del ragazzo che esce da un talent e si guadagna un disco di platino facendo leva sul mezzo televisivo più che sulle proprie capacità artistiche. Sono una persona coi piedi per terra e so perfettamente che sarà difficile, come numeri, riscuotere lo stesso successo di Never Again, ma per me ciò che conta è essere un artista migliore. Talento è il lavoro della mia maturità.

Presenti questa maturità artistica con un biglietto da visita impegnativo: il titolo Talento. Come è nato?
So che il titolo sembra un po’ spocchioso e presuntuoso ma il concetto alle spalle è molto più leggero, basato sulle risposte che cerco per la mia esistenza. Con la musica mi sono un po’ salvato la vita perché avevo paura che non mi potesse più riservarmi sorprese. La confusione culla il talento ed è per questo che non mi piace essere inquadrato in cornici precostituite, sia musicalmente sia umanamente. Sono un ragazzo eclettico ed estemporaneo, extra-ordinario direi, e percorro i binari che io stesso lastrico. Devo ringraziare il mio talento se oggi sono qui.

Qual è, allora, il talento del titolo?
Il mio talento è tutto quello che ho ed è la capacità di essermi saputo gestire in una trasmissione senza aver mai fatto tv prima ma è anche la capacità di essere andato avanti da indipendente con l’etichetta con cui sono cresciuto. È la possibilità di veder realizzarsi un sogno per la costanza e l’impegno che vi ho dedicato quotidianamente. Ma è anche il talento di tutti gli artisti che hanno collaborato al progetto, da Gianluca Grignani al mio chitarrista Mario Romano, da Fabio Massimo Colasanti, produttore del brano Nudo che per vent’anni ha lavorato al fianco di Pino Daniele, al quartetto d’archi diretto da Emanuele Bossi. Credo, poi, che il mio talento stia anche nella versatilità con cui ho costruito un disco vario, con più generi musicali per schivare la paura di essere etichettato o inquadrato. In fondo, il mio talento è il mio cuore e questo lavoro non si può fare senza cuore. Sono molto soddisfatto del risultato e non vedo l’ora di sapere cosa ne pensa la gente.

 Rispetto al precedente lavoro come è cambiato il tuo modo di lavorare in studio?
Non è stato un anno semplice, con due tour e la promozione di Never Again. Ammetto che all’inizio avevo molta paura perché ho dovuto rivedere anche le mie abitudini di autore. Faccio mia una metafora di Tiziano Ferro che una volta mi ha detto di sentirsi un artigiano della musica. Se tutti i giorni vado a bottega, ciò non significa che abbia commissioni quotidianamente, ma se continuo a battere lo scalpello sul legno, alla fine, qualcosa ne nasce. Così ho fatto io. Non ho avuto il tempo di chiudermi in me stesso o soffrire; ho dovuto fare emergere il lato più professionale. Ogni giorno sono stato in studio il più possibile, per rispetto verso me stesso e verso il mio lavoro. Sono stati nove mesi di lavoro, una gravidanza.

Il disco esce in una doppia versione, Standard e Deluxe, e quest’ultima contiene un booklet con immagini inedite e i testi delle canzoni. A proposito di scrittura, qual è il tuo approccio a essa?
In questi anni la musica è cambiata e ciò fa parte dell’evoluzione delle cose in generale. Prima il rap era di nicchia, un genere ancora da sdoganare, ed è cresciuto a furor di popolo; sono state le nuove generazioni a sentire il bisogno di creare una personale realtà musicale, che rappresenta una nuova forma di cantautorato. I testi che raccontavano la società negli Anni Settanta corrispondono, oggi, a quelli del rap che vuole dire la verità senza paura di censure. Nel mio caso, ho integrato il linguaggio del rap con la mia cultura musicale, ovvero la poesia cantautorale con cui sono cresciuto. Oggi nella musica non c’è niente da inventare: quello che posso fare è rielaborare e metterci qualcosa di mio come per essere un anello di congiunzione tra il cantautorato Anni Settanta e Ottanta e la nuova scuola del rap.

 Sul piano musicale, invece, come hai lavorato?

Questo album è stato pensato per tenere l’ascoltatore inchiodato a ogni singola traccia ed evitare che anche una sola canzone venga skippata. Sarebbe una sconfitta per quel brano. Considerando il mio lavoro precedente, è quasi tutto nuovo qui, credo in maniera positiva o comunque professionale. È una novità per me un singolo come Baciami – che è diventato hit estiva – ma anche un brano interamente cantato come Diazepam – in cui non c’è un briciolo di rap. Ho lasciato che la musica parlasse, perché spesso i rapper hanno la convinzione che per spiegare uno stato d’animo serva riempire di parole ogni strofa; ma ci sono tracce come Mily e Bambi in cui non c’è nulla da aggiungere alle poche frasi della canzone. La parte strumentale parla da sé.

Quali sono state le influenze musicali più significative?
Penso al cantautorato di Lucio Battisti e di De Gregori, ma anche a Gianluca Grignani, i Radiohead, Kurt Cobain e gli Oasis. Quando canto, per un’influenza inconscia e per l’estensione limitata della voce, non posso non grattare come Liam Gallagher: non che voglia emulare i due fratelli. Poi c’è la poesia di Pino Daniele e a questo proposito posso dire che sto lavorando nel suo studio a  un brano che vorrei proporre a Sanremo: ogni volta che entro lì provo un brivido.

In tracklist si leggono molte collaborazioni: come sono  nate?
Per ogni collaborazione viene prima di tutto la persona e poi l’artista. Questo per dire che tutti nomi che ci sono nel disco sono di persone che stimo umanamente, persone per bene e affettuose, capaci di dare qualcosa di più della media. Per esempio, quando ho lavorato con Lorenzo Fragola era il giorno in cui dovevo esibirmi al Coca Cola Summer Festival perciò non potevo fermarmi troppo in studio e sono stato con lui paio d’ore; sono tornato dopo otto ore e lui era ancora lì, a lavorare da solo al pezzo per il mio disco. Questo è stato un gesto meraviglioso poteva incidere la sua parte e andarsene. Fra noi è scattata subito una grande intesa, tant’è che, oltre a cantare una strofa – e non un ritornello – che ho scritto io, ha anche partecipato alla produzione del brano. Abbiamo unito i nostri talenti, dando ognuno un pezzo della propria anima; e quando si parla a cuore aperto si arriva a chi ascolta.

C’è in Talento un brano a cui sei più legato?
Bambi
, con Mily, è una delle due composizioni che ho curato proprio a livello musicale: sono i primi due brani che io abbia mai composto, solo chitarra e voce, poi rielaborati in studio. Il primo può essere considerato un omaggio a Pigs on the Wing dei Pink Floyd, di cui riprende il giro di chitarra iniziale. Poi la canzone impazzisce, completamente! Dopo l’apertura acustica, entrano gli archi e quindi s’interrompe con suoni acidi che introducono un finale rock con paddock e chitarre distorte.

E qual è, invece, il verso – o la canzone – che ti rappresenta di più in questo momento?
Diazepam
. È una canzone in cui mi annullo totalmente e nella quale mi rivolgo a una persona che non sta bene, non è salda mentalmente. Nel testo dico: Non sono riuscito a darti / quello che meritavi. / Che poi, in fondo lo sai, meritarsi qualcosa / è una meta ambiziosa / se consideri me… Essere convinti di meritarsi qualcosa è un pensiero molto presuntuoso perché non si considerano tutti i fattori imponderabili che ruotano intorno e spesso fa dimenticare di non aver fatto abbastanza. E bisogna fare molto di più per meritarsi una persona come me. Questa frase, in cui mi ergo su un piedistallo su cui normalmente non vorrei stare, è per risollevarmi in una canzone in cui, appunto, mi annullo. Sono molto legato a questo contrasto che è un po’ la mia stessa vita. Sono una persona che trasmette entusiasmo ed energia ma che, per estrema sensibilità, assimila la negatività e la sofferenza degli altri. Per molti anni ho corso il rischio di raschiare il fondo emotivo per accorgermi, poi, che un fondo in realtà non esiste e si può cadere sempre più in basso. Ma da tutte le cadute ci si rialza, sempre.

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Se dovessi fare un consuntivo dei tuoi ultimi dodici mesi, quale sarebbe?
Mi ritengo davvero un privilegiato; un anno fa non avrei mai immaginato di cantare allo Stadio Olimpico insieme ad Antonello Venditti o collaborare con Gigi D’Alessio e portare la cover di un classico come Guaglione al San Paolo di Napoli. Inoltre, sono stato coinvolto anche nel nuovo disco di Boosta. Tutto questo è grande motivo di orgoglio e soddisfazione ma la mia prerogativa resta lavorare continuamente per migliorare: è questa la mia ambizione più grande.