#FX10 Intervista a Manuel Agnelli: «Sono un giudice determinato che vuole scompaginare la vita»

Veterano della musica indipendente in Italia, Manuel Agnelli è il debuttante assoluto nell’edizione numero 10 di X Factor Italia. Per la prima volta sullo scranno di giudice, il frontman degli Afterhours ha già dato prova di avere un invidiabile piglio oltre a una cultura musicale capace davvero di fare la differenza.

Senza peli sulla lingua, schietto e rigoroso anche nei giudizi più demolitivi, l’autore e produttore del mondo rock indipendente si dimostra a proprio agio anche davanti alla telecamera, portando così al grande pubblico un punto di vista inedito condito da commenti al vetriolo che il musicista si può permettere anche alla luce di un’esperienza artistica vissuta senza compromessi. Ci siamo fatti raccontare le sue prime impressioni in merito al neo-ruolo di giudice e ai ragazzi che hanno calcato il palco delle Audizioni.

Ph. Credit: Sky Uno

Ph. Credit: Sky Uno

Manuel, che tipo di giudice sei?
Sono me stesso, come sempre: prima di tutto sincero con i concorrenti e con i compagni di tavolo, ma anche molto determinato a portare la mia visione della musica in trasmissione e disponibile a capire le ragioni di chi ascolta altri generi. Spero di divertirmi tantissimo e di avere la possibilità di realizzare un bel po’ di progetti tra i quali rendere musicisti professionisti i concorrenti della mia squadra e non solo.

Per quello che hai potuto vedere finora, c’è qualcosa che ti ha stupito?
Non mi aspettavo la qualità musicale che abbiamo trovato di quest’anno: avevo visto ogni tanto X Factor in passato e devo dire che in quest’edizione ci sono davvero tantissime persone di talento. Questo mi ha reso le cose più semplici all’inizio – perché mi sono trovato meno in imbarazzo di fronte a qualche caso umano, che comunque c’è stato – ma nello stesso tempo ha reso la selezione più difficile. È facile mandare a casa chi non ti piace ma scegliere tra due persone che ti piacciono e hanno talento è molto più difficile.

Vieni da un mondo molto diverso da quello patinato della tv: avevi dei pregiudizi prima di iniziare quest’esperienza?
Ero pieno di pregiudizi perché non mi fidavo e non mi fido della televisione per come rappresenta le cose e per le sue finalità. Lo scopo della tv è fare ascolti, non avere contenuti; quelli ci sono solo se servono agli ascolti. È logico che, non essendo io un personaggio televisivo, all’inizio avessi una certa inquietudine.

E oggi come va quest’inquietudine?
Devo dire che in questi ultimi mesi mi sono tranquillizzato molto. Non tanto per quello che sta uscendo di me ma per come mi sto sentendo io stesso dentro la televisione. Lo ammetto: mi sto divertendo tanto.

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Ph. Credit: Sky Uno

Qual è stato il motivo principale che ti ha portato ad accettare il ruolo di giudice in un contenitore così diverso dal tuo mondo?
Mettiamola così: io sono a X Factor anche per scompaginare la mia vita. Sto scoprendo cose nuove anche di me stesso; per esempio non mi aspettavo di trovarmi così bene in televisione. È un aspetto più legato alla libertà che al talento o alle capacità. Finalmente riesco a essere sincero con me stesso in pubblico, e non è poca cosa arrivato a cinquant’anni.

Come ti sei preparato per quest’avventura?
Ho fatto un paio  di riunioni con gli autori nelle quali abbiamo perlato del perché mi volevano e del perché avrei potuto accettare la proposta. In accordo con tutti ci siamo detti di non guardare niente: per la serie “vieni e sii te stesso”. La loro fiducia nei miei confronti mi ha convinto a dire di sì al programma e non era una cosa scontata.

Quest’anno il tavolo della giuria si è rinnovato quasi completamente: senti di dover riempire un vuoto, magari quello che aveva lasciato Morgan?
No, Morgan è insostituibile, è stato il miglior giudice della storia di X Factor e lo stimo molto. Ma Morgan è Morgan e io sono io. Se hanno voluto me per il mio bagaglio musicale se ne pentiranno! (sorride, ndr)

E come è stato il primo incontro con gli altri giudici (leggi qui tutte le interviste)?
È stato stimolante, un confronto positivo. Avevo un’idea di loro che semplicemente non era reale. Quando ho incontrato Fedez l’ho trovato una persona coi piedi per terra, determinata, sicura del proprio mondo e soprattutto non piaciona; è diretto e non gira attorno all’ostacolo, proprio come le persone che piacciono a me. Questo, nonostante le enormi differenze musicali tra noi, ci ha subito fatto andare d’accordo. Con Alvaro, invece, è impossibile non andare d’accordo! È un ragazzo meraviglioso, che comunica quell’energia positiva che io non ho mai avuto. Infine, Arisa è la varabile impazzita che scompagina tutto ed è perfetta in questo tavolo che altrimenti sarebbe prevedibile e forse noioso.

Cosa pensi di tutti gli aspiranti cantanti e musicisti che tentano la strada del talent?
Penso che lo facciano a loro rischio e pericolo, come tutte le cose della vita, e per questo non ci vedo niente di male. Rispetto a loro, io non mi sarei mai presentato perché fare gare non fa parte della mia etica musicale né ho mai voluto diventare famoso. Mi piace avere la visibilità per fare quello che mi piace, ma la verità è che ho fatto musica perché ero un introverso e nella musica ho trovato il mio linguaggio, il modo per rappresentare me stesso, anche in maniera antisociale sul palco. È una cosa che fra la gente non ti puoi permettere. Proprio questo voglio comunicare ai ragazzi: voglio insegnare loro il percorso, insegnare a riconoscersi e a fare musica perché si sono riconosciuti.

Cos’ è, per te, il fattore X?
A me non interessa che uno sia valido per X Factor; mi interessa che sia valido, poi sta a me renderlo valido per la trasmissione. Con Arisa ho avuto qualche battibecco su questo, perché lei riconosceva il talento ma non la collocazione sul mercato. Io dico: chissenefrega del mercato! Il nostro compito è sì vendere tonnellate di dischi ma che siano pieni di grande musica, non di musica di merda. Dobbiamo riconoscere la grande musica e darle la possibilità di entrare nel mercato; dobbiamo adattare il mercato al talento, non il contrario. Questa è la grossa sfida, forse utopistica, ma una volta era così e dobbiamo tornare a quel tipo di formula. Tutto il resto è malattia che ha causato la crisi della discografia. Vendere salami e vendere emozioni non sono la stessa cosa, con tutto il rispetto per chi vende salami che, a volte, ha più integrità di chi vende emozioni.