Giò Sada racconta l’album ‘Volando al contrario’: «L’insofferenza è il momento della creazione. Il rock? È un’attitudine»

La parola che Giò Sada pronuncia più spesso nel corso della nostra intervista è artigianato, una vera e propria dichiarazione d’intenti che il vincitore di X Factor 2015 ha fatto propria non solo nel nuovo album ma sostanzialmente nel suo stesso modo di guardare alle cose. La capacità di vivere il mondo (e il tempo) per quello che è senza la frenesia che fa sfuggire tra le dita l’attimo, il piacere di coltivare il contatto diretto con ciò che si plasma come un costruttore che lavora con note e parole e un ritorno a quella lentezza di lavoro fa lievitare cose buone.

È questa la filosofia che traluce da Volando al contrario (Sony Music), l’album che Giò pubblica il 23 settembre, a nove mesi di distanza dalla vittoria, un tempo assai lungo per le dinamiche abituali della discografia da talent ma che l’hardcore man che ha conquistato il pubblico italiano ha preteso per confezionare un lavoro in cui convivono anime diverse.

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Volando al contrario arriva a nove mesi dalla vittoria di X Factor: come mai ha deciso di prenderti così tanto tempo per il disco e in che modo hai lavorato?
Vengo, anzi veniamo, da una certa scuola musicale, con una gavetta nel mondo indipendente sempre attento alla qualità del lavoro, dei suoni e dei testi. Con X Factor abbiamo fatto voluto far entrare un mondo, il nostro, in un altro mondo, come fosse una provocazione. L’idea con cui ho partecipato era fare percorso completamente diverso, che può non essere compreso dall’audience generale ma credo abbia un valore perché qualsiasi cosa a cui si dedichi tempo lo ha. Siamo artigiani della musica, non commercianti, e coltiviamo un orto biologico che ha bisogno del tempo naturale per crescere.

Cosa hai raccolto di questo percorso lungo nove mesi nel disco?
In Volando al contrario ci sono in pratica dieci canzoni nuove a cui abbiamo dedicato il tempo che meritavano perché era giusto così. Se avessi fatto diversamente so che non sarei riuscito a dare tutto quello che vorrei e ho cercato di non farmi prendere dalla smania di apparire o di successo, che è in contrasto con la mia natura. Fare un disco in due mesi è come voler far crescere l’insalata con il diserbante, non si può fare e fa male al corpo. E poi a me non interessa fare musica solo per immagine.

Sei soddisfatto del risultato o, oggi, a disco chiuso, avresti voluto fare ancora di più?
Il problema è limitarsi perché noi siamo abbastanza illimitati! In ogni traccia ho voluto che ci fosse uguale attenzione a testi, musica e voce. Mi piace l’attitudine del rock non solo nella musica e ma anche come modo di vivere, per esempio ci spostiamo in furgone e quello è molto rock. Nemmeno nella musica voglio limitarmi, mi piace esplorare sonorità diverse, anche se ci sono generi in cui mi diverto di più come il punk-rock e l’hardcore. È stata la mia scuola ed è ancora molto viva in me.

Quanto ti sei sentito libero nel lavorare a questo progetto?
Devo dire che ci siamo lasciati tutti contaminare da molte cose ed è stato un lavoro fatto di tanti confronti e di condivisione. Per esempio, le foto dell’album sono di Daniele Notaristefano, un mio amico di Bari che ha vinto un prestigioso premio di fotografia a LA. Ho voluto coinvolgere nella mia vittoria tutte le maestranze che magari non avrebbero altrimenti avuto occasione di lavorare a un progetto del genere. È stata una bella opportunità.

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Nel tuo processo creativo, nasce prima il testo o la musica?
Dipende dal momento in realtà, nasce tutto da un raptus, che mi può capitare in qualsiasi momento, anche mentre sono per la strada. Lì so che devo tornare a casa e mettermi a scrivere e comporre; in quel momento escono le cose e per fortuna ho imparato a riconoscere quei frangenti. L’insofferenza è il momento della creazione.

È cambiato il tuo modo di scrivere nel corso del tempo?
Nel disco ci sono canzoni che ho scritto prima di X Factor e brani nati dopo; è stato bello confrontarsi con qualcosa di scritto tempo fa, perché significa confrontarsi con un sé diverso e ne percepisci il cambiamento che diventa una forza in più. Per me è qualcosa di molto positivo. Ogni traccia deriva dal momento in cui la stavo scrivendo, come certi meccanismi da teatro per cui si parte da un’improvvisazione iniziale e poi il regista scrive sopra una partitura. A me succede la stessa cosa nella scrittura: dall’istinto iniziale, man mano prende forma quello che sto vedendo e ne focalizzo io stesso un significato che in prima battuta non mi era chiaro. È dalla sensazione di un momento che un pezzo acquista poi una propria identità.

C’è una canzone nel disco a cui sei particolarmente legato? Perché?
Ciò che lascio
: è la prima canzone che ho registrato in vita mia insieme alla mia band hardcore, i Waiting For Better Days, ed è stata scritta da Emanuele Mura e Domingo Bombini. Il brano fa, quindi, parte della nostra storia per questo sono molto legato a questa canzone che ci ha dato grandi soddisfazione già nell’underground. Posso dire che da lì è nato tutto.

Un tema che ritorna in diverse tracce è quello del tempo: come si snoda questa riflessione nei diversi brani, come Esistente che esprime una sorta di filosofia di vita?
Direi che il tempo è quasi il tema principale del disco. Innanzitutto, mi piace proprio l’idea della lentezza nella fruizione della musica e mi pace il fatto che questo album sia da ascoltare più e più volte. Il disco è anche un autoesame e come canto nell’inciso di Esistente è una presa di coscienza del fatto che, se teniamo con noi tutto il passato facendone un valore aggiunto, sapremo affrontare ciò che arriverà mantenendo un’integrità di cuore. Semplicemente, bisogna acquisire la consapevolezza dell’esistenza delle cose per quello che sono: lascia esistere ciò che è e amalo senza costruzioni vecchie e noiose. Ma bisogna anche darsi meno importanza di quella che ci si dà e abbattere il proprio ego; occorre educare e autoeducarsi a questo.

Nella tracklist compare Il rimpianto di te, primo tuo singolo “xfactoriano”, riproposto in una versione piano e voce: come mai?
Diciamo che ho voluto ridare al brano la vita che aveva prima della registrazione come singolo. Era una canzone che conservavo da tempo in una versione unplugged, chitarra e voce, su cui è stata sovrapposta poi un’altra impronta, forse un po’ di fretta, ma certamente non del tutto scelta da me. La versione nel disco le ha riconsegnato la sua dimensione, anche per la spontaneità e libertà della registrazione per cui abbiamo preso praticamente la seconda take. È stato un bel momento di intesa anche con Ernesto Vitolo al piano. Inoltre, c’è un altro cambiamento rispetto al singolo: al posto de le mie battaglie normali ho reintrodotto le mie battaglie morali, come era in origine. È stato un riappropriarsi del senso che volevo davvero comunicare e non ho dato molte alternative ai discografici: mi sono conquistato il diritto di fare un disco e volevo farlo così.

Chiude la tracklist una cover di Norah Jones, Come Away With Me: perché hai scelto questo brano?
La cover è stata una scelta precisa: la canzone finisce proprio con la frase Come Away With Me quasi un invito a chi ha accolto questo progetto a seguire il nostro modo di vivere, ritornando a una musica di artigianato piuttosto che da supermercato.

Come ti sta seguendo il pubblico in questi mesi dopo il talent?
La cosa bellissima è stata la nascita di una famiglia online, la Baell Family, un gruppo che ha colto pienamente il nostro mood e si è appassionato non solo alla musica ma proprio alla nostra visione. Inoltre, in questi mesi abbiamo continuato a suonare, anche agli instore, e il riscontro è sempre stato positivo. Di fronte alle esibizioni dal vivo anche molti titubanti si sono stupiti e molti ci hanno conosciuto dopo i live; ne siamo contenti, ci siamo detti “Allora sul palco funzioniamo ancora come prima!”

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato dopo X Factor?
Ci sono state difficoltà soprattutto a livello mentale, con momenti di ansia e paranoia su ciò che sarebbe successo. Ci siamo trovati in una situazione che non conoscevamo esattamente e quindi abbiamo dovuto ambientarci per inquadrare la giusta direzione. Ma solo il pensiero che da nove mesi viviamo di questo è qualcosa che fa venire i brividi, considerato soprattutto che non abbiamo nessun piano B!

Sei protagonista del progetto Nowhere Stage: di che si tratta?
È un progetto è nato da un’idea del mio manager per metterci in gioco suonando in location inedite grazie anche al supporto di Marco Fischetti, un nostro caro amico ingegnere del suono. Abbiamo suonato e registrato dal vivo nelle Grotte di Castellana e vogliamo replicare l’esperimento in altri spazi, per esempio mi piacerebbe suonare su un peschereccio. Quello che vorremmo fare è creare una colonna sonora per un certo ambiente, senza darci limiti.

Cosa ci racconti dei prossimi appuntamenti live?
Voglio suonare live il prima possibile e sarò in tour dal 1° dicembre! Prima, però, ci sono due date negli USA – a New York e Los Angeles – in cui mi esibirò chitarra e voce, in acustico: sarà la prima volta che esco dal continente e sono contento di andare in America per suonarci. Per quanto riguarda i live, mi piace muovermi liberamente e, come dico io, amo le cose movimentate e “cicciotte”, che possano coinvolgere con un’energia, una botta di adrenalina. In scaletta ci saranno tutti i pezzi del disco con una serie di collegamenti inediti o strumentali.