«Il rap è una cosa seria»: Marracash e Gué Pequeno sulla cover del nuovo Rolling Stone, anticipazioni

Arriva in edicola mercoledì 20 luglio il nuovo numero di Rolling Stone, che dedica la cover a due protagonisti musicali del rap italiano: Marracash e Gué Pequeno, freschi della pubblicazione di Santeria, album a quattro mani in vetta alle classifiche. I due artisti raccontano il mondo musicale di oggi, rivendicando a pieni polmoni la serietà e l’importanza dei un’arte che “il sistema Italia” troppo spesso emargina e relega al web. Condivise o meno che siano le opinioni dei due cover men del mese di sicuro il loro rap aggressivo, cocente e un po’ megalomane è vivo più che mai.

Sulle pagine di Rolling Stone Marracash e Gué si raccontano con la schiettezza dura che li contraddistingue anche nel loro ultimo progetto insieme; dichiara Marracash «Noi abbiamo iniziato a suonare in un’epoca in cui non c’era neppure il sogno di farci i soldi con il rap, e il rap dovevi amarlo fino al midollo, con tutto te stesso. Gente come Fabri Fibra, gli ex Co’Sang, si vivono la musica con una visceralità, con una sofferenza che i ragazzi di oggi non hanno. La maggior parte di loro pensa solo ai soldi. Io, quando facevo musica, volevo essere libero. Alla musica chiedevo di liberarmi dal lavoro. Avevo anche la smania di far soldi, chiaro, di prendermi una rivincita sulla scuola, sul quartiere, sui miei. Ma non volevo essere Laura Pausini. Invece questi sono disposti ad assoggettarsi pur di essere famosi. Sono passati per le nostre etichette indipendenti, per i nostri featuring. Li abbiamo cresciuti noi

RS_20 cover marracash pequenoRolling Stone fa notare, a questo punto, che contestare la partecipazione a un talent show – fa correre il rischio di precludersi una futura partecipazione a un reality; risponde Marra: «La storia è piena di percorsi a sé, e di gente che non si preclude niente, vedi Manuel Agnelli. Per cambiare faccia si è sempre in tempo». Fa eco Gué Pequeno: «Io sono uno che ha sempre detto di voler fare soldi. La mia carriera è piena di errori, di aspetti controversi. Non voglio neppure fare troppo la morale, ma è giusto mettere qualche puntino sulle i. Non lo dico da rosicone. Il nostro è un disco orgoglioso. Siamo comunque due che vendono, due vincenti»

Continuano: Marra «I giornalisti non capiscono gli stilemi del rap. Capiscono i capelli lunghi e la croce rovesciata di Ozzy Osbourne, ma non le collane nel rap.» Gué «Perché il calciatore può andare in Lamborghini e il rapper no? Io lavoro, mica vado a rubare. Tantomeno posso far ridere la gente per farmi considerare. Perché dovrei far ridere? Cazzo ridi? Il rap è una cosa seria, un patrimonio culturale, ha una storia, come il rock, ci fanno i film, ci sono i libri di Jay-Z, Jay-Z che va al Moma».

santeria marracash pequenoMarra «Per noi, qualche anno fa, c’è stata l’esigenza di mettere un piede dentro ’sta merda di musica italiana, da cui eravamo banditi. Così, siamo stati anche i primi a dover fare dei pezzi “passabili”. Io sono stato uno dei primi a collaborare con una uscita dai talent, Giusy Ferreri. I Club Dogo avevano fatto Pes e Fibra Tranne te. Insomma, c’era stato un tentativo di legittimare questa musica, e di portare la musica italiana nell’hip hop. Questi nuovi ragazzini, invece, fanno solo dei pezzi pop con un paio di rime sopra. Di hip hop non c’è niente. Il giornalista italiano medio coglie le differenze tra Manuel Agnelli e i Finley, ma non è altrettanto attento con l’hip hop».

E la politica come entra nel rap? Gué «Mi ha sempre dato fastidio che, per essere considerato dai giornalisti, sia importante parlare di politica. Io ho puntato tutto sulla sincerità, mi piacciono le liriche esplicite. Se mi mettessi a fare l’attivista non sarei credibile.» Marra «In questo disco non si parla di politica, un po’ perché ci è venuto spontaneo non farlo, e perché siamo nauseati da chi strumentalizza l’argomento. A me può succedere, citando Nas, di avvicinarmi più alla cosiddetta hood politics, cioè raccontare il quartiere e la strada».