Nuovo album per Lorenzo Fragola, esce ‘Zero Gravity’: «In ogni traccia c’è il racconto di una parte di me»

È stato il secondo artista con il maggior numero di preferenze al televoto all’ultimo Festival di Sanremo, che ha chiuso ai piedi del podio con una meritata quinta posizione per la sua Infinite Volte. Lorenzo Fragola ha aperto con questi numeri un anno che si preannuncia estremamente importante per il suo percorso artistico, con un nuovo album in uscita lontano dall’onda fagocitatrice di Sanremo, fuori dall’11 marzo 2016.

Il brano che ha anticipato Zero Gravity – questo il titolo del nuovo lavoro discografico del talento x-factoriano – è stato firmato dallo stesso Lorenzo insieme a Rory Di Benedetto, Rosario Canale, Fabrizio Ferraguzzo e Antonio Filippelli ed è un piccolo assaggio di una ricca tracklist di cui è stata resa disponibile una gustosa preview sulle piattaforme digitali. E se il palco dell’Ariston è stato avaro di riconoscimenti, il pubblico del web non fa che premiare il talento siciliano: con quasi 5 milioni di visualizzazioni per il videoclip ufficiale in meno di mese e 900mila stream su Spotify, Infinite Volte è tra i pezzi della kermesse ligure 2016 più ascoltati del momento.

Cover Artwork by Shipmate

Cover Artwork by Shipmate

Un album, Zero Gravity, che dimostra una notevole maturazione nel pop cantautorale di Fragola, con tracce ricercate ed emozionalmente intense come D’Improvviso; questa ballad, per nulla banale, è il secondo estratto dal disco e l’elegante ma enigmatico videoclip black & white che l’accompagna ricorda una performance di action painting (la clip ha sfiorato le 50mila views in due giorni). In queste nuove canzoni la penna di Fragola, affiancata da autori di talento, incontra con piacevoli risultati l’elettronica e la dance così come la canzone d’autore e melodie internazionali, tra un pezzo in italiano e un testo in inglese (come nel precedente 1995, Disco d’Oro FIMI/Gfk).

Con quale parola descriveresti questo album?
Direi inedito, come mondo per me e forse anche nel contesto musicale attuale; ho lavorato in maniera nuova, con un nuovo team e un nuovo tipo di scrittura. Ecco forse meglio dire nuovo, per me e anche, spero, per chi mi ascolta. Ho cercato di mettere me stesso in ogni traccia, dalla scrittura alla produzione al mixaggio non per presunzione ma per fare un album veramente mio che mi rappresentasse e rispecchiasse al 100%. È stato faticoso ma bello e ci siamo divertiti in un flusso libero di idee.

Zero Gravity arriva solamente a un anno di distanza da 1995: come sono stati questi 12 mesi?
È stato tutto super stressante! Abbiamo trascorso due/tre mesi lavorando giorno e notte in studio di registrazione, dalle 13 alle 4 di notte, sacrificando ccompletamente le nostre vite private. Non è stato facile, ma tutti avevamo un obiettivo chiaro e abbiamo lavorato sodo per realizzare un album che suonasse moderno, con suoni internazionali, ma con testi soprattutto in italiano, senza forzature. Credo che, personalmente, il momento più bello di questo anno sia stato quando ho scritto il testo di Zero Gravity e ho chiesto al mio manager di poterne curare la produzione, perché volevo rischiare inserendo il dubstep: in due ore abbiamo fatto la base per intero e alla fine il lavoro ha convinto tutti. È stata una grande soddisfazione per me, perché non era il mio campo ma era quello che volevo fare: mettere me stesso in ogni brano, il più possibile.

Nonostante appunto sia passato solo un anno, il disco rivela una forte maturazione rispetto al precedente lavoro, un’evoluzione: quanto ti senti cresciuto?
Le cose sono maturate, non c’è un “nuovo” che sostituisce o elimina un “vecchio”, ma una crescita e un cambiamento, anche personali. In Zero Gavity ci sono tracce che sono l’evoluzione 2.0 di brani del passato, con similitudini nate però da un approccio diverso e da una trasformazione naturale. Non ho lasciato qualcosa per avere altro, ma qualcosa si è trasformato in altro. Se non avessi avuto cose nuove e diverse da raccontare non avrei fatto un nuovo album.

Lorenzo FragolaQuanto, allora, ti racconti e cosa racconti di te in questo disco?
In tutti i testi ho messo me stesso il più possibile e tutti i pezzi sono sostanzialmente autobiografici. Credo che una canzone non possa rappresentare interamente una persona, ma solo una parte, quindi un album raccoglie più aspetti e più lati del carattere, mondi differenti. In ogni traccia racconto un po’ di me e il disco mette in luce un’altra parte di me rispetto al precedente lavoro, che sentivo non rappresentarmi più a pieno. Ho sentito la necessità di realizzare qualcosa di diverso ed era il momento giusto per un nuovo album, che mi raccontasse in un modo nuovo, senza filtri, senze mettere quei limiti che io stesso mi ponevo e senza la pretesa di dire sempre qualcosa di importante.

Tutte le tracce portano la tua firma, che si tratti del testo o della musica, insieme a volte ad altri autori: come hai lavorato in questo senso?
Alcuni pezzi li ho scritti interamente io, testo e musica: sono interamente miei Dire di no, Zero Gravity e Parlami. Per altri brani, invece, mi sono fatto aiutare nella stesura da singoli autori che ho chiamato personalmente, a seconda del contesto e del mondo cui sciascuno di loro appartiene: penso a Ermal Meta (il primo autore con cui ho co-scritto un brano e con cui spero e penso di collaborare anche in futuro), Dario Faini (maestro nel mood elettronico), Coez e Federica Abbate… ce ne sono davvero tanti.

Ascoltando le tracce di Zero Gravity emerge, anche nei temi, una sostanziale coerenza del tuo racconto musicale: pensi che questo sia il frutto proprio della tua presenza – o firma – in ogni traccia? E sul piano della produzione come avete proceduto?
Ovviamente, essendo presente in ogni fase dell’album, finisci per ritrovare in tutto il disco un filo conduttore ma non è una qualcosa di preventivato. Sul piano della produzione ci sono certe scelte precise che abbiamo mantenuto, come il fatto di non aver mai usato una ritmica suonata, una batteria vera ma solo drum machine. Poi, in ogni brano ci sono dei sintetizzatori, anche nelle ballate, e abbiamo anche unito archi a produzioni elettroniche per creare contaminazioni; infine, abbiamo cercato di lavorare sui singoli brani in modo che ognuno avesse una particolarità, un carattere unico e riconoscibile, come in Qualsiasi cosa tutto in cui lo special diventa dance o Dire di no che ha un inserimento di archi.

Hai deciso di far precedere la pubblicazione dell’album da tre pezzi con altrettanti videoclip lanciati su YouTube come cowntdown. I video sono molto diversi tra di loro: come sono nati?
Ho pensato ai tre script dei video prima ancora di sapere se poi sarebbero stati davvero realizzati e ho proposto che venissero girati e pubblicati prima del disco. Li ho creati in modo che traducessero in immagini quello che avevo in testa e quello che con la canzone mi figuravo nella mente. Ho preferito scriverli io perché quando è un qualcun altro a farlo ho sempre qualcosa da dire; preferisco piuttosto confrontarmi dopo aver messo sul foglio le mie idee e raccogliere poi pareri diversi. Ho cercato di dare a ogni video un’identità forte e ben precisa in modo che per canzoni diverse ci fossero clip con mondi differenti.

Ed è proprio questa la chiave dell’album: un bel concentrato di suggestioni e atmosfere diverse, ma insieme omogenee, personali e ben definite, inanellate e autoportanti, che dimostrano una vitalità artistica che non ha tanto a che fare con l’età anagrifica quanto con quell’estro d’arte che si esprime nella libertà.