I Negrita raccontano ‘9 Live&Live’: «Torniamo nei club dove la musica fermenta. Il web? Un bestiario contemporaneo»

Solo nel 2015 hanno conquistato il Disco d’Oro con due singoli (Il Gioco e Rotolando verso sud) e ben tre album (9, Ehi, Negrita! e Deja’Vu); ora i Negrita, impegnati in un nuovo tour dal vivo con tappe a Milano, Bologna, Firenze, Perugia e Genova, pubblicano il cofanetto 9 Live&Live (Universal Music), CD+DVD live che contiene alcuni dei loro pezzi più amati insieme a due inediti e una versione acustica.
La speciale release (qui la tracklist completa) corona dodici mesi intensi e ricchi di soddisfazioni, aprendo a un nuovo anno carico di altrettanti progetti. La band ha incontrato la stampa in occasione della doppia data milanese della tournée e ha parlato del nuovo tour, del disco e dell’attuale situazione del rock in Italia.

negritaAvete pubblicato un album live, dopo il successo di 9, e siete ripartiti con un tour nei club. Come è nato questo nuovo progetto?
PAU
È stato ed è un progetto misto. Durante la tournée estiva abbiamo raccolto materiale audio e video che abbiamo riversato in questo lavoro live. Quando abbiamo deciso di tornare in tour, nei club – quasi un viaggio alle radici – abbiamo pensato di creare un’appendice a 9 con due realtà distinte, una audio e una video. Sono fondamentalmente due live, girati in tre date, più un docufilm che racconta la nostra avventura irlandese. Si aggiungono due inediti e un restyling di Se sei l’amore, con un sax anni ottanta.

Nella tracklist del CD non ci sono tutti i brani dello show: come avete scelto la tracklist di 9 Live&Live?
P
L’idea di partenza era che fosse appunto un’appendice del precedente disco, quindi abbiamo inserito solo i brani di 9 eseguiti dal vivo vivo. Il DVD, invece, ha una varietà maggiore, anche in termini di suoni, con tanti brani del nostro repertorio..

L’inedito da poco in radio, I tempi cambiano, porta anche la firma di Ligabue: come è nato?
P
Abbiamo coinvolto Luciano perché, oltre ad essere in contatto da vent’anni, ci siamo resi conto che il background del pezzo potesse essere comune. Non riuscivamo a chiudere il ritornello di questo pezzo, così glielo abbiamo mandato e Luciano è rimasto colpito fin dal titolo, che suona cosi importante. Gli è piaciuto il testo, e in breve ha chiuso il brano, mandandone anche varie versioni. È andato benissimo.

Chi sono, invece, Quelli che non sbagliano mai?
P
Il secondo inedito del disco un bel brano di critica sociale, quasi una continuazione di Poser. Abbiamo raccolto anche esperienze personali, dai social per esempio: ormai ci si informa solo in rete e per ogni notizia fioriscono i commenti. Ecco lì, trovi uno zoo di commenti e atteggiamenti a volte spiazzanti. Un bestiario contemporaneo che lascia perplessi. Nel testo ci siamo divertiti a dar loro ironicamente ragione, ma nello special esplicitiamo la nostra lontananza.

Nei vostri pezzi e spettacoli dal vivo la sfumatura sociale è un elemento di continuità…
P
Perché sono gli argomenti che ti colpiscono, che ti impressionano, quelli che ti fanno poi appoggiare la penna sul foglio. Oggi, però, sembra di apparire démodé quando si parla di questioni sociali dal palco, quasi che alla gente non gliene fregasse più niente. Forse avviene per un cambio di mentalità o la perdita di certi valori. Ma la responsabilità è anche un po’ della troppa musica plasticosa che gira e ha abituato diversamente il pubblico…

Dal forum all’Alcatraz e in generale ai piccoli locali: cosa avete ritrovato della vostra musica attraverso questo show?
P
Avevamo voglia di tornare, dopo dodici anni nei palazzetti, in luoghi piccoli per ritornare alle origini. La musica nei club fermenta, è lì che una band viene scoperta. C’è un maggiore contatto col pubblico e con la musica stessa; per esempio nei club abbiamo potuto ripescare anche brani meno noti, ritirarti fuori dal cilindro facendo scoprire anche una parte diversa del repertorio. E cambia anche il nostro modo di approcciarsi allo show: c’è spazio per scherzare fra di noi e per rinnovare sempre lo spettacolo. Insomma si può improvvisare, cosa, che fa parte della nostra attitudine compositiva. Vero è che un live del genere è quasi una guerriglia, con lividi e sbucciature. Il club è un’officina, si può fare musica con una gittata diversa. Il blues a San Siro? Non credo sia fattibile…
DRIGO Il club è come il teatro per un attore, un ambiente in cui c’è fermento e work in progress, in cui la regia è a sensazione.

E come è cambiato il vostro pubblico?
P
Si incontrano tante fasce sociali ai nostri live: dai ventenni ai più maturi, quelli della nostra generazione ma anche ragazzini. È bellissimo vederli potare insieme, un pogo scatenato in cui si lascia coinvolgere anche gente brizzolata! Siamo rimasti meravigliati!

Avete scelto di dividere la scaletta dei vostri live show in due parti, come mai?
P
Volevamo cambiare il solito cliché solito e sperimentare nuove formule. Una forte connotazione funk, blues e rock caratterizza la prima parte, poi la seconda ha suoni e colori più legati ai Negrita latinoamericani. Negli ultimi venti minuti le bombe più potenti. La pausa l’abbiamo chiamata “whisky time” in ricordo di una nostra vacanza di studio musicale in Croazia. Aprivamo i concerti di un gruppo che dopo qualche pezzo annunciava un “whisky time” per una sigaretta e un bicchiere…

negritaSiete una delle band italiane più longeve: qual è il vostro segreto?
D
Siamo amici, ce lo ricordiamo anche quando litighiamo, e insieme stiamo bene. Ci viene naturale pensare alla musica insieme. Poi ognuno di noi ha sviluppato il proprio ego e una specifica personalità; col tempo si è creata una vera democrazia per cui Pau è il capitano ma le decisioni sono sempre condivise su qualsiasi aspetto.

Secondo voi c’è spazio per il rock in Italia oggi? Vedete nuovi Negrita?
P
I nuovi Negrita? I nostri figli! (ridono, ndr). Il rock è un genere che è stato molto inflazionato e oggi ha pochi margini di riuscita perché è difficile trovare qualcosa che non sia già stato detto o fatto. Se c’è qualche mente illuminata può tranquillamente trovare il proprio spazio anche a livello internazionale. Attualmente ci fenomeni musicali diversi, dall’egemonia del pop al rap e a un nuovo cantautorato; alla fine di rock alla fine in Italia non c’è n’è mai stato tanto, in generale… La nostra è stata una generazione fortunata da questo punto di vista e gli anni ’90 hanno visto tante band nascere e durare, come Litfiba, CCCP, Marlene Kuntz, Afterhours, Verdena e Subsonica (che io considero una band dell’ambiente rock). Grazie anche alla generazione dei nostri padri, si era creato un certo fermento che poi è esploso allora, tanto che anche nell’indie le realtà più solide sono nate negli Anni ’90.