Generazione 2.0: il canto synth pop dell’umanità anni 2000 in ‘Federer’, esordio dei Miss Mog

Torino – Milano: questa la rotta sub-metropolitana lungo la quale si apre e corre Federer, l’album di debutto dei Miss Mog, progetto synth pop maturato da Grace (macchine), Tommy (basso), Enrico (voce) e Beppe Calvi (aka Zucca Veleno), produttore e ultima acquisizione della band di Marghera.
«Perché il nome Miss Mog? La ricerca del nome – racconta la band – è stato, forse, lo scoglio creativo più difficile che abbiamo affrontato. Volevamo qualcosa di universale e provinciale al tempo stesso. Ripetuti tentativi a tavolino sono falliti miseramente o hanno prodotto obbrobri senza eguali. Una sera il nostro primo ed unico batterista ci ha raccontato di quando, come lavoro, gestiva un parcheggio: ricordando le giornate invernali passate a inalare polveri sottili, disse in veneziano “no respiravo smog, jero deventà mì smog”. Miss Mog, appunto.”»

copertinaIn uscita il prossimo 15 aprile per Dischi Soviet Studio su distribuzione Audioglobe, l’album arriva a un anno dall’EP Tutto Qui – di cui conserva quattro tracce – e racconta undici capitoli di una storia 2.0 con note raffinate, quasi rarefatte, tessute attorno a vite comuni, riconoscibili e condivise. In mezzo a quadri sonori con i beat al punto giusto, piccole figure umane si muovono nella loro quotidianità. Ed è proprio nel tran tran della normalità che emerge l’imprevedibile, il brivido della sfida, che convince a scendere in campo anche contro l’impossibile o i numeri uno, come Federer appunto.

In un cammino che porta dall’ironia a un senso profondo di malinconia, dallo spirito battagliero alla disillusione, dal ricordo al futuro con il guizzo della fantasia, i Miss Mog raccontano un’intera generazione che rischia di finire alla deriva nella solitudine, con il rischio di non accorgersene neanche o, peggio ancora, di cercare quell’isolamento (Vorrei un modo facile / per riunire frammenti slegati / E per restare solo in questa Pangea). A rendere più tollerabile una vita grigio cemento rimangono lo strumento dell’arguzia, con cui guardare alle cose per accendere storie come quelle di Vaneti Fair,o il ricordo di un’infanzia che non conosce automatismi (Balla! Balliamo ancora, balliamo ancora dai / Non sai chi sei, non sai ancora chi sei – Sulle Punte).

Se ogni azione insignificante assurge a scoop da prima pagina (Un pomeriggio); se non si è capaci di portare a termine per bene un’impresa – nemmeno distruggere a pieno una panchina abbandonata – (Panchine divelte); se creiamo incubi pur di costruirci alibi (L’alibi), dove potrà mai trovare sostanza il vagare dell’uomo (Faust, ispirata dall’omonimo film di Aleksandr Sokurov)? Un interrogativo, questo, che resta sospeso, come vagante è l’elettro pop dei Miss Mog, in un equilibrio precario che solo l’ironia o un’autentica presa di coscienza possono costruttivamente infrangere.

Ph. Credit Petra Errico

Ph. Credit Petra Errico

Per questo le note suggestive e pacate dei brani creano, con la loro pacificata melodia, uno stridore a tratti dolente con il racconto consapevole e privo di moralismo di un presente che è per lo più spento, incapace di grandi azioni. Non resta che tentare quell’impossibile di cui sopra, pur sapendone l’inutilità: perché affrontare un mito come Federer se non lo si può battere? La sfida, questo, forse, resta l’ultimo anelito che continua a mantenerci vivi. Ed è pure sempre qualcosa.