Fabio Curto da The Voice al nuovo album: «Il mio percorso in un disco. Dedicarmi alla musica? Una scelta precisa»

Il suo percorso è senza dubbio fra i più interessanti che il palco di The Voice abbia visto e raccontato, portando con sé una verità e un’autenticità che dalla prima esibizione ha conquistato – anche emotivamente – pubblico e coach. Fabio Curto è un artista che sa il fatto suo, di quelli che non agognano il successo e che dopo il talent non ha ceduto alle lusinghe della popolarità.

Piedi ben ancorati a terra, Curto ha una sola religione, sempre la stessa: la Musica, vissuta nella maniera più viscerale come le strade bolognesi lungo le quali ha suonato gli hanno insegnato a fare. L’occasione per raccontarsi è la pubblicazione, venerdì 16 ottobre, del suo album Fabio Curto – il primo per una major, Universal Music – che raccoglie il percorso del talento negli ultimi dieci mesi.

fabio curtoTi presenti con un album che porta il tuo nome, una forte dichiarazione di identità….ti chiedo chi è Fabio Curto oggi?

Questo album non è tanto una carta d’identità, ma rappresenta ciò che il pubblico, e chi mi segue, ha visto e conosciuto: dai 3mila fans prima di The Voice, la mia pagina Facebook è passata a 32mila. Non trovo nulla di più corretto che presentare questo volto in primo piano e questo nome, perché si tratta di quello che hanno visto. Chi è Fabio Curto? Tutti si prefigurano di diventare qualcuno, io mi sono figurato un eroe e sto cercando di diventare quel mio eroe.

Come racconti questo disco?

In questo lavoro sono raccolte le emozioni e le esperienze degli ultimi mesi, che hanno portato grandi novità nella mia vita pur continuando a mantenere l’onestà e la determinazione di sempre.

Il tuo album è molto vario sul piano delle sonorità: come mai questa scelta?

In Fabio Curto sono raccolti tre inediti, che figurano come lavori a carattere sperimentale: sono brani ben prodotti con caratteristiche diverse tra loro. L’ultimo esameè nato alla fine di The Voice, ben contestualizzato, e racconta un po’ la mia storia; ha un arrangiamento molto differente, per esempio, dal pezzo successo, Tu mi fai impazzire, che invece avevo realizzato in precedenza per un progetto balcanico e ho qui riadattato. È quasi più scherzoso, meno musone.

La scelta, dunque, di diversificare è legata anche alla voglia di testare la reazione del pubblico?

Sì, gli inediti intesi come esperimento sono tesi a capire quale sia la direzione migliore da prendere e valutare il gusto del pubblico. Anche in base a quello che piacerà di più si ragionerà sul futuro: lo devo anzitutto proprio a chi mi ascolta, che mi segue perché mi ha conosciuto in un certo modo. Attraverso questo disco si possono capire tante cose e ascoltare tracce differenti l’una vicina all’altra rende possibile fare confronti ed esprimere preferenze.

E il nuovo singolo, Non mi assolvo, come è nato?

Non mi assolvoè scritto da Roby Facchinetti e ha fortemente la sua impronta. È stato Roby a chiamarmi dicendo di avere un pezzo da propormi, composto proprio pensando a me: la composizione è “facchinettiana”, a me piace però vedere gli elementi distintivi e in questo senso la mia voce, credo, è di forte rottura. Ho cercato di personalizzare il brano, rendendolo completamente diverso con la mia interpretazione.

Nel disco oltre ai tre inediti sono inserite quattro cover, con quale criterio sono state scelte?

Per quanto riguarda le cover, si tratta dei brani più rappresentativi, quelli che ho interpretato con maggiore facilità perché appartengono al mio mood espressivo. La scelta, alla fine, è avvenuta in maniera molto spontanea, visto che si tratta in ogni caso dei pezzi venuti meglio. Anche queste sono piuttosto differenti tra loro: c’è il soul di Hallelujah, il folk di Take Me To Church, il pop-rock british di The Scientist e la vecchia scuola cantautorale con Emozioni. Ammetto che, secondo me, il soul folk inglese sarà la direzione più convincente da percorrere per me, ma non escludo nuovi lavori in italiano… vedremo.

Come è stato lavorare con Facchinetti e Stefano D’Orazio, quindi entrare nella famiglia Pooh?

Sono stato nel loro studio a provinare ed è stato bellissimo, un vero museo! Ho conosciuto le persone che lavorano con i Pooh e c’è un vero senso di famiglia. Mi sono confrontato con Red Canzian, che in un suo post ha accomunato me e Roby per la passione in questo mestiere: e davvero Roby ha una passione esagerata per la musica, in ogni cosa che fa. Abbiamo legato molto, anche perché ho un debole per la semplicità, la sensibilità e l’umiltà, specie se le ritrovo in persone che per rango potrebbero non averle: e in loro c’è tanta umanità.

Durante il talent c’è stato un momento di grande sconforto e un momento, invece, in cui hai capito che ce l’avresti fatta? Quali sono stati?

Il momento di sconforto è arrivato quando ho cantato Don’t You Worry Child degli Swedish House Mafia: avrei preferito spararmi su un piede dopo l’esibizione! Ho avuto poi un calo a livello di corde vocali a maggio perché, sforzandole su alcune tonalità, ho avuto dei problemi, mi si mozzava la voce, e da lì ho scoperto di avere dalla nascita una piccola ciste. Il momento più bello? Quando ho presentato Hallelujah: lì mi sono detto che potevano anche cacciarmi fuori, ero contentissimo così!

In l’ultimo esame parli di un destino da cui nulla ti può allontanare: anche senza The Voice avresti perseverato nel mondo della musica?

Assolutamente sì. Ho fatto una scelta ben precisa nella mia vita in un momento in cui avrei potuto fare tutt’altro: in mezzo alla strada non mi ci sono trovato, ci sono andato. Ho lasciato un lavoro e ho interrotto l’università dopo la laurea triennale per dedicarmi alla musica, rendendo sempre più professionale questa mia decisione. Pian piano ho fatto piccoli investimenti, dalla chitarra all’amplificatore. In un certo periodo suonavo tutti i giorni, poi solo nei weekend mentre durante la settimana tenevo concerti con la band; riuscivo a vivere facendo quello che mi piaceva. Con The Voice, certo, c’è stato un miglioramento ma non ho mai pensato di lasciare se non mi avessero preso o non lo avessi vinto.

Quindi non ti spaventa la prospettiva che questo momento fortunato e di visibilità finisca?

Tra tutte le paure che ho, questa me la evito: non mi spaventa affatto se un album non vende o se non vado in televisione. Nella vita ho avuto una grande fortuna, quella di avere la consapevolezza che se imbraccio una chitarra, in qualunque posto mi trovi, alla sera ho un pasto assicurato. E questo è qualcosa che nessuno mi può togliere.

curto2Ti capita di ripercorrere le strade lungo le quali fino a pochi mesi fa suonavi? Che cosa provi?

Sì, mi è capitato di recente e provo ancora tanta voglia di suonare. In questo non sono cambiato per niente! Per questioni di tempo ho suonato in strada solo una volta da giugno, davanti al bar di un amico a cui devo molto. Ma d’ora in avanti qualche capatina la voglio fare ancora!

E Curto non si lascia sfuggire un’autocandidatura finale: «Durante i prossimi mesi vorrei suonare nei club ma non sarebbe male aprire i concerti dei Pooh a San Siro…»: ragazzi, siete avvisati!