Michele Bravi: «‘I Hate Music’ è la mia ripartenza con ingenuità ma senza paura. Il mio primo tema»

È cambiato, e tanto anche, Michele Bravi, il talento di X Factor 2013 che negli ultimi quattordici mesi ha vissuto tra alti e bassi in un costante percorso di ricostruzione personale e artistica. Lontani i giorni dei lustrini del palco del talent, Bravi dopo l’album “A Passi Piccoli” ha deciso di fermarsi per chiarirsi quel groviglio di idee che si erano accumulate nella mente (e nell’anima) creando una confusione difficile da districare.

E così, col coraggio di essersi preso il suo tempo, ha sfidato innanzitutto se stesso e la musica, per trovare una strada che la fama televisiva a vent’anni rischia di far perdere sotto i piedi. Dal momento più buio nasce The Days, il primo singolo tratto dal nuovo album I Hate Music (Universal Music) che segna il ritorno e la ripartenza in musica di Michele. Una svolta innovativa che sa di vissuto autentico, di chi con l’arte ha combattuto e litigato, senza mai poterla ignorare «perché il contrario dell’amore non è mai l’odio. È l’indifferenza».

Michele Bravi I hate MusicIl primo singolo dal nuovo album è The Days, un brano molto rock e diverso dal tuo precedente repertorio: come mai questa scelta?

The Days è il primo pezzo dell’album che ho scritto, forse è il brano a cui sono più affezionato, quello scritto nel momento più scuro e delicato. Mi sembrava giusto che fosse l’apripista per questo progetto perché rappresenta il momento nero da cui uno risale. Ho impiegato un anno per completare la traccia: ho scritto facilmente la strofa ma non trovavo il modo di aprire il ritornello, perché ancora non avevo vissuto quella risalita…. È un brano che parte dalla negatività del passato e arriva alla consapevolezza del presente grazie al percorso fatto.

 Quale pezzo dell’album rappresenta maggiormente il Michele di oggi?

Credo che proprio The Days rappresenti il Michele di oggi, perché è un racconto che sono riuscito a chiudere quando ho trovato la soluzione al problema e ho smesso di piangermi addosso. Ogni pezzo mi ha aiutato a capire che l’odio poteva diventare una bella forma di grinta e mi ha insegnato a essere più leggero, che non significa più superficiale. Solo che non canto più solamente pezzi da piangere!

Parli di momento buio, in che senso?

Dopo il talent succedono tante cose positive, ma anche negative. Per quanto mi riguarda, a vent’anni, ha coinciso con un momento della mia vita in cui non sapevo esattamente che direzione prendere. Ho vissuto un periodo di confusione che è stato messo sul piatto della popolarità e questo mi ha destabilizzato.
Ora mi sento più libero e consapevole, più scanzonato forse e anche un po’ più arrogante: in fondo, per presentare un lavoro completamente nuovo e proprio un po’ di arroganza ci vuole anche per dire “ti devo rubare del tempo per dirti come la penso”! I Hate Music è il frutto di tutto questo percorso, dal non sapere più chi ero alla risalita. Io lo chiamo “viaggio in costruzione”: un racconto in costante evoluzione, vedremo che forma prenderà la musica.

 Nelle note di introduzione al booklet dell’album spendi parole molto dure, ce le spieghi?

Sono appunti vari, raccolti nel momento più scuro. Nello specifico quelle parole sono state scritte dopo una chiacchierata che ha messo a nudo il mio rapporto con la musica: mi sono chiesto se davvero la odiassi. In realtà mi sono accorto che semplicemente non la amavo nel modo giusto e che il contrario dell’amore non è odio ma indifferenza. Se davvero avessi odiato la musica l’avrei abbandonata, invece ci ho pianto sopra le notti. Per questo ho voluto trovare il mio modo per farla.

Anche la scelta di presentare solo brani in inglese vuole fa parte della tua svolta, musicale e personale? Tornerà anche l’italiano?

La scelta dell’inglese è legata al percorso che ho fatto e, nonostante le ansie e le preoccupazioni, ho capito che chi mi seguiva avrebbe capito e condiviso perché è coerente con tutto ciò che ho raccontato nell’ultimo anno e mezzo. Nel cassetto ci sono sempre tante cose e magari tornerò all’italiano quando troverò il giusto modo per equilibrare contenuto, metrica e suono. Ma in questo momento non ho dei pezzi in italiano in cui mi riconosca, è una ricerca che continuo a portare avanti.

Il videoclip di The Days è molto cinematografico, a tratti noir: come è nata l’idea?

Ho avuto la fortuna di poter autogestire il video e ho deciso di affidarlo a due ragazzi romani, i Trilathera, che hanno sempre lavorato per l’underground con uno stile molto teatrale, intenso e drammatico. Il video è una sorta di indagine sull’estetica dei personaggi in una dimensione molto forte, che ben rispecchia la nascita stessa del brano. Sempre i Trilathera hanno curato la copertina dell’album, nata da lunghe riflessioni: volevo fosse coerente con il contenuto ed esprimesse la mia ripartenza. I colori primari rappresentano la voglia di togliersi tutti i colori finti, mentre le figure geometriche sono un richiamo a una semplicità ingenua che non ha paura di mostrarsi come tale. Hanno realizzato quello che immaginavo ma non sapevo che forma avesse.

Quanto è stato importante il web e la tua presenza su di esso in questo progetto discografico?

Per questo lavoro sono partito molto dal web, perché avevo voglia di capire quali fossero le mie forze senza il sostegno dei media tradizionali e volevo anche approfondire il mio rapporto col pubblico. È giusto che vengano ascoltati coloro che poi comprano la tua musica e volevo un dialogo con loro: fino a quando non ho aperto il canale YouTube il mio parlare agli altri era solo un monologo, avevo bisogno di confronto per capire anche come gli altri vedevano la mia evoluzione.

Saresti approdato al web anche senza la necessità di testimoniare il tuo lavoro musicale?

Certamente sì. Ho iniziato a postare i video fatti da me su YouTube quando non mi considerava nessuno, quindi non è nato affatto in un’ottica di promozione ma è un mondo che mi ha appassionato a prescindere. E molti a poco a poco si sono affezionati al progetto. Tra l’altro all’inizio pensavo di fare uscire da solo questo album, non immaginavo che una major si interessasse al progetto. E invece, poi, è arrivato l’incontro fortunato con la Universal; è stata una bella sfida per tutti.

michele braviCome nascono le tue canzoni?

Il processo è molto vario, istintivo, e ogni canzone ha una storia a se stante: potrei scrivere anche dieci canzoni in una notte così come non buttar giù nulla per un mese intero… Semplicemente quando ho bisogno di raccontare qualcosa la musica prende una sua forma. Questi pezzi sono nati in un momento in cui mi sentivo vuoto e non avevo più niente da dire, non riuscivo a esprimermi. Solo quando mi sono rimesso in gioco ho riscoperto tutte le cose che volevo dire, ma che non riuscivo a raccontare. Ogni album tira fuori qualcosa, come una seduta di analisi gratuita.

Come è cambiato nel tempo il rapporto con i fan?

Solo ora ho iniziato a capire veramente il rapporto coi fan. Uscito da X Factor non si capisce esattamente come gestire la popolarità: entri che non sei nessuno, per mesi vivi senza contatti con l’esterno e quando esci ti conoscono tutti, ci sente un po’ violati. Personalmente all’inizio l’ho anche vissuta un po’ male e solo dopo ho scoperto un pubblico che, dietro all’idolatria, coltiva una bella forma di affetto. Grazie ancora una volta al web, che ha permesso un rapporto più diretto, che abolisce la divisione tra artista e fan: ho distrutto il piedistallo.