Jean-Michel Jarre, esce ‘Electronica Part 1: The Time Machine’: dialogo con l’artista sul nuovo album e l’EDM oggi

Jean-Michel Jarre, indiscusso protagonista della scena musicale elettronica negli ultimi decenni, torna con un nuovo album dal titolo Electronica Part 1: The Time Machine (Sony Music), in uscita il 16 ottobre 2015. Prima tappa di un percorso artistico in due capitoli, il disco incarna l’ambizioso progetto di raccontare l’evoluzione di un genere da un punto di vista personale e – di fatto – assolutamente speciale: quello di chi quella musica l’ha fatta, e continua a farla, ad altissimi livelli.

Con ben 15 collaborazioni, il disco è un viaggio tra le sfaccettature dell’EDM grazie al fortunato connubio di personalità differenti il cui incontro ha dato vita a tracce coinvolgenti che esprimono la poliedricità di un genere in costante evoluzione. Tra i featuring in tracklist, infatti, si leggono Moby, John Carpenter, Massive Attack, Little Boots, Boys Noize e Armin van Buuren coi quali Jarre ha voluto lavorare a stretto contatto, senza accontentarsi di un semplice scambio a distanza.

JarreL’artista è stato ospite dei recenti MTV Digital Days l’11 e 12 settembre 2015 alla Villa Reale di Monza e la due giorni è stata proprio l’occasione per presentare il nuovo album e riflettere sulla situazione della musica, elettronica e non solo, nel tempo della tecnologia digitale, delle app e dello streaming. Ecco quanto Jean-Michel Jarre ha raccontato.

Come è nato il progetto che ha portato all’album Electronica Part 1: The Time Machine?

Ho iniziato a lavorare al disco circa cinque anni fa e le registrazioni sono iniziate quattro anni fa. Già da tempo avevo in mente di raccontare la storia della musica elettronica a partire dal mio punto di vista e dalla mia esperienza. Per fare questo ho coinvolto artisti del settore che ammiro in maniera particolare; tutti coloro che ho chiamato hanno risposto positivamente alla richiesta. All’inizio non sapevo come sarebbe stato il lavoro finito, ma mi ha fatto molto piacere che tutti abbiano accettato il mio invito a partecipare.

Per realizzare questo album non si è accontentato di coinvolgere tanti artisti sentendoli a distanza, ma ha voluto lavorare proprio al loro fianco, incontrandoli in studio. Come mai questa scelta?

Questo disco è il contrario di un featuring album, per il quale si invia un file con una traccia a un artista da coinvolgere in un album, ma che magari non incontrerai neanche. Per questo album ho voluto viaggiare personalmente per conoscere i miei colleghi e condividere il momento magico del comporre insieme, in studio, come si faceva una volta.
Per ciascuno ho realizzato una demo con l’idea che volevo sviluppare e poi ogni collaboratore ha potuto aggiungere il proprio contributo personale, in uno scambio equilibrato che ha dato unità e omogeneità all’intero progetto. La cosa curiosa è che, nonostante io abbia dato massima libertà di intervento, nessuno dei colleghi ha stravolto del tutto la mia demo e né ha chiesto chi fossero gli altri collaboratori nel disco. Questo è stato un enorme atto di fiducia da parte loro e mi ha emozionato molto.

 Nella tracklist compaiono artisti “storici” del genere come Moby, Armin van Buuren, Boys Noize, Pete Townshend e Laurie Anderson, ma anche nomi meno scontati, come quelli di Little Boots. Quale criterio ha usato per scegliere le collaborazioni?

Ho voluto chiamare attorno a me persone legate alla scena elettronica, coloro che, a mio parere, hanno saputo dare uno specifico contributo all’elettronica negli ultimi quattro decenni tale da aver rappresentato un motivo d’ispirazione, anche per me, e che nello stesso tempo abbiano un sound riconoscibile e personale. Sono tutti musicisti che hanno saputo lasciare una traccia forte nell’EDM e nella mi vita personale, da Pete Townshend, che per primo ha usato l’elettronica nel rock, a Laurie Anderson, che per me è dea dell’elettronica.

E come è nata, invece, la collaborazione con Little Boots, unica star del pop dell’album?

Ho scoperto Little Boots tramite YouTube, in un video in cui suona l’arpa laser che è uno strumento che ho inventato molti anni fa. Solo dopo, approfondendo, ho scoperto che è una produttrice di elettro-pop, che come tale rientra nel genere elettronico. Per questo mi è sembrata subito in linea con il mio progetto, con tanta voglia di sperimentazione, quasi una mini me al femminile da giovane.

Electronica Part 1: The Time Machine costituisce il primo capitolo di un progetto che sarà completato da una seconda parte entro la primavera 2016. Perché questa scelta e come ha selezionato le tracce di questa prima metà?

L’unico motivo per cui ho deciso di dividere in due parti il progetto è dovuto al fatto che, avendo tutti gli artisti coinvolti risposto positivamente al mio invito, ho raccolto molte tracce. E in un solo disco non ci potevano stare tutte! Per questo, ho inserito quelle già completate in una prima parte mentre quelle ancora in lavorazione entreranno nel secondo album. Non vedo l’ora di poter ascoltare per intero il lavoro, per il quale tanti musicisti hanno aperto i loro studi e mi hanno accolto, svelando tanto di sé.

Concettualmente esistono differenze tra le due parti dell’album? Quali sono?

Non c’è differenza concettuale tra la prima e la seconda parte dell’album, nessun giorno e notte o prima e dopo. Si tratta solo di una questione di tempo, per cui le prime tracce concluse sono confluite nella prima parte. Nel secondo disco ci sono collaborazioni importanti tanto quanto quelle del primo album in uscita. E devo dire che per questo lavoro, avverto la responsabilità di rappresentare anche il lavoro di tutti gli artisti che hanno collaborato con me, mettendoci tanta energia e dandomi fiducia.

Lei riveste anche il ruolo di presidente della Cisac, confederazione internazionale delle società degli autori e dei compositori. Cosa pensa della situazione della musica e della discografia oggi, nell’era dello streaming?

Le piattaforme di streaming non sono un male in sé, né devono essere considerate dei nemici e anche se lo fossero, di fatto, ormai ci siamo dentro. Ma è il sistema economico che deve essere ri-organizzato: non servono tanto azioni contro queste piattaforme che guadagnano milioni di dollari quanto, invece, azioni di collaborazione. Il problema fondamentale è dato dal fatto che attualmente questi servizi fatturano milioni dei quali solo una minima fetta va a chi produce quei contenuti fruiti dagli utenti. Non sono pessimista in merito, penso che come creatori di contenuti siamo più forti di quello che pensiamo e possiamo mandare un messaggio forte.

jarreGià Taylor Swift, da sola, lo ha fatto; manca solo mettersi tutti noi artisti attorno a un tavolo per negoziare non solo con i servizi di streaming ma anche con le case discografiche che posseggono quote di queste piattaforme. Le tecnologie ci sono, la vera sfida è creare un nuovo modello economico per il ventunesimo secolo, che sia sostenibile per tutte le parti coinvolte. Tra l’altro manca chiarezza sulla spartizione dei profitti: quanto, per esempio, Spotify riconosce a Sony USA, quanto arriva a Sony Italy e quanto poi all’artista italiano? Neanche i dirigenti lo sanno, è un meccanismo parecchio oscuro. Per questo è ancora più necessaria una regolamentazione chiara per una tecnologia nuova.

Pensa che la massificazione della produzione fruizione musicale abbassi la qualità del prodotto stesso?

Secondo me non è vero che maggiore offerta significhi minore qualità. Certamente la tecnologia ha aumentato le possibilità di fare e produrre musica, della quale molta può essere di bassa qualità ma non necessariamente tutta; e alla fine, comunque, la scelta spetta all’utente, all’ascoltatore. L’aspetto più profondo di questo sistema sta nel riconoscere il fatto che l’avere più strumenti a disposizione può essere pericoloso: illude, infatti, chiunque – anche senza alcuna formazione o esperienza – che basti un plugin in commercio per improvvisarsi musicisti e fare musica. È questo il rischio di non riconoscere i propri limiti: pensare che la tecnologia sia sufficiente a creare un buon prodotto. In realtà, per quanto sia di aiuto, resta solo uno strumento al servizio di pratica e talento. E il contenuto resta la vera chiave.

Tornando alla sua musica, prossimi impegni live?

La mia idea è quella di tornare a fare live dal prossimo anno, con un tour personale ma vorrei anche partecipare ai festival: ho voglia di stravolgerne il concetto, troppo codificato. Appena terminato l’album, il mio obiettivo sarà proprio capire come poter evolvere il concetto di partecipazione a un festival in maniera nuova e inedita. In ogni caso il focus sarà anzitutto sul contenuto e la sua qualità, non solo sull’apparato tecnologico.

La redazione di Musica e Tv 2.0 ha partecipato agli MTV Digital Days 2015 in qualità di inviata per Seat Italia, main sponsor dell’evento; per chi fosse curioso di scorrere il nostro racconto live della due giorni di MTV, trovate tutti i contributi sulle nostre pagine social con gli hashtag ufficiali #MTVDigitalDays e #NewIbiza4MTV.