Luca Carboni presenta POP-UP: «Un album che racconta i sentimenti sulla rotta Milano-Bologna. Per vincere l’odio»

È un mix ben riuscito di anima pop, spirito elettronico e mood anni ’80-’90 il nuovo album di Luca Carboni, POP-UP (Sony Music Italy), disponibile da venerdì 2 ottobre in formato fisico e su tutti i digital store. Le undici tracce di questo disco raccontano un’identità artistica che si evolve rimanendo fedele a se stessa, aggiornando sound ed energia musicale in modo da essere sempre estremamente contemporanea.

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Amore, odio, coscienza, Milano, Bologna, tempo, Dio e la religione: questi i nuclei attorno ai quali si interroga e forse ci interroga Carboni su note che fin dal primo ascolto catturano per freschezza e ritmica. E tra le riflessioni emergono tanti riferimenti letterari e poetici, che danno ulteriore sostanza a una trama di parole che il cantautore tesse con straordinaria genuinità. Passato e futuro, ma soprattutto tanto presente nei versi di POP-UP, frasi che come icastici epigrammi si rincorrono veloci e naturali con forza.

«Questo è un disco che non ha bisogno di spiegazioni, è molto esplicito, non ha barriere, né muri o difficoltà. È un disco pop nel senso più ampio» Così esordisce Luca Carboni presentando alla stampa un album in cui ritornano spesso parole come odio e amore
«La parola odio è entrata molto nel disco perché volevo che fosse un grande album d’amore, in senso ampio, ma per raccontare anche altro. Questo mi ha portato a riflettere sul ruolo di chi scrive canzoni d’amore e ho avvertito la responsabilità di vincere l’odio con l’amore. Le canzoni diventano quasi un’epica battaglia tra odio e amore, in cui vince l’amore o comunque, anche se fino alla fine il risultato è incerto, si combatte. Penso che la grande forza stia proprio nel raccontare questo sentimento.»

Questo album arriva dopo un disco di duetti, come è nato POP-UP?

«Dopo un album di duetti, volevo un disco rigorosamente mio. Per questo lavoro, piuttosto, ho cercato duetti non di canto ma nella fase di scrittura: per esempio c’è Alessandro Raina , con cui ho scritto Bologna è una regola. Anzi è stato proprio lui a spingermi a parlare di Bologna, unendo un punto di vista interno a uno esterno. E per questo doppio sguardo, il pezzo è forse la canzone più perfetta su Bologna che io abbia scritto e cantato.»

Come è cambiata la tua Bologna in questi anni e quanto è difficile raccontarla oggi?

«Non ho mai lanciato accuse a Bologna, ma è certo che tutte le città stanno cambiando. Come raccontiamo nel pezzo, la magia di Bologna persiste ancora, anche se la situazione è peggiorata per tanti aspetti, ma ciò accade ovunque. Per un ragazzo che cresce fuori dalle grandi città, Bologna continua a essere un ambiente vivo, che offre tante possibilità, con anime che sognano il futuro. Tanti giovani la abitano per l’università: anche questo contribuisce a renderla sempre magica. Poi, se guardiamo i problemi, quelli ci sono in tutte le realtà, ma il mio amore per Bologna non è cambiato né vedo la situazione in cui si trova in maniera particolarmente critica.»

Accanto alla magia di Bologna, canti anche una metropoli come Milano. Cosa ispira il pezzo?

«Per me non c’è un “centro di gravità permanente”, si vive di contraddizioni. Un giorno sei convinto di aver risposte da raccontare, altre volte invece il solo doversi esporre ti mette in crisi. Insieme al pezzo dedicato a Bologna, c’è una traccia che mette al centro Milano; è un brano che ho scritto con Emanuele Fusaroli, produttore hindi emiliano. Nei versi emerge uno ssguardo su Milano come una New York anni ’80, la città delle opportunità, del lavoro, del domani. In passato ho pensato di venire a Milano perché sembra il centro del mondo per chi vive in provincia, ma alla fine non ce n’è stato bisogno: vengo a Milano per lavoro e poi rientro tranquillo a Bologna. In realtà, poi, la traccia – dedicata a una cugina che, purtroppo non c’è più – parla di andare a fondo di se stessi per trovare il senso di sé e la propria strada. Per fare questo, capita di vivere in posti da cui si vuole scappare per raggiungerne altri in cui realizzarsi.»

Come è nato il titolo dell’album?

«Cercavo un titolo fosse simile a Forever, lavoro con cui questo disco ha dei legami ideali anche se non è subito evidente. Volevo un titolo breve, in inglese, che fosse una sorpresa e non raccontasse necessariamente l’album ma lo facesse solamente intravedere. Pop-Up è un gioco di parole che fa riferimento ai libri tridimensionali per bambini oppure alle finestre del web: mi piaceva come parola perché, pur non avendo nulla a che fare con la musica, contiene la parola pop che in realtà racchiude l’anima dell’album. Avevo anche ragionato su vari titoli più legati al contenuto delle canzoni, ma mi sembravano tutti riduttivi o troppo cantautorali (come Roma, Milano e altre storie o Invincibili) ma non rispettavano la parte musicale che è il 50% della nostra opera.»

Nelle tracce si ritrovano tanti riferimenti poetici, da Jacques Prevert alla polacca Wislawa Szymborska: quanto l’ispirazione che nasce dalla poesia è importante nella tua composizione?

«Leggo molta poesia perché l’ho sempre amata, non per rubarvi idee ma come strumento e fonte di approfondimento. Non si tratta di mettere la poesia in musica ma di riscriverla, di risceneggiare un testo. Ho iniziato a leggere la Szymborska tempo fa e andando a rileggerla è nata una canzone che è un mix tra testo completamente mio, nel ritornello, e i suoi versi: mi piace molto giocare con la poesia.»

Quali sono state, invece, le influenze musicali per questo disco?

«I miei ascolti sono molto vari e non necessariamente poi entrano nel mio lavoro. Ascolto i Coldplay così come i Clash, ma anche tanto rap. Ho sempre sognato di fare qualcosa di soltanto mio e, alla fine, quando scrivo tendo a dimenticare ogni altro ascolto.»

Luca CarboniHai affiancato all’album l’hashtag “un discorso dare la felicità”: come mai?

«A me ha dato felicità fare questo disco, e poi riascoltarlo. Non accade sempre. Avevo pensato questo disco in un certo modo e si è realizzato esattamente come lo immaginavo, anzi forse meglio. In questi anni in cui presentare un album fisico ha ancora un certo peso, un disco è un progetto profondo e importante, la cui fruizione coinvolge cuore e anima e può avere anche una funzione sociale. E se un disco può dare la felicità allora è una cosa importante.»

Tour in vista?

«È ancora tutto da decidere, per questo ho spostato il tour al 2016. Voglio pensarci bene, perché voglio che sia figlio rispettoso dell’album anche per il sound e la strumentazione. Sto buttando giù delle idee; penso che partirò da un racconto visivo legato agli anni ’80 e alla new wave per arrivare a oggi.»