Con Martino Corti ‘C’è da morire dal vivere’: i monologhi pop di un cantautore contemporaneo

Ad inaugurare la stagione teatrale 2015/2016 del milanese Spazio Tertulliano arriva Martino Corti, che, forte del successo della precedente stagione, porta nuovamente sul palco lo spettacolo C’è da morire dal vivere. In scena dal 30 settembre all’11 ottobre, la pièce del cantautore è una forma contemporanea di teatro canzone, fatta di monologhi pop che alternano canzoni e parlato per tracciare un percorso inedito. Verso dove? La serenità, fatta di consapevolezza e ironia, perchè “la capacità di prendersi per il culo è direttamente proporzionale al grado di serenità di una persona”.martino cortiC’è da ridere e da pensare, da sorridere e riflettere, da piangere ed emozionarsi di fronte alle intepretazioni di Corti; insomma l’intera gamma delle sensazioni umane viene indagata da un artista che ci guida come un moderno Virgilio lungo un percorso entro noi stessi. Il viaggio procede per tratti lineari e scorrevoli, per poi incontrare anche bruche curve a cui frenare, ritorni al punto di partenza e nuovi inizi. In questo peregrinare, non solo la voce di Martino Corti, ma a fianco a lui la chitarra acustica di Luca Nobis e il violino di Vito Gatto (che cura anche le programmazioni elettroniche).

Tra luoghi lontani verso i quali tendere, città sognate o desiderate e l’intimità di una casa alla quale si finisce per fare sempre ritorno, il racconto in note procede recuperando – oltre ogni pregiudizio – i sogni dell’infanzia, per i quali si ride e si piange nella consapevolezza acquisita che sono parte anche dell’essere adulto.

“Non mettetevi comodi. Non spegnete i cellulari. Non pensiate che sia vietato fare video e fotografie. Rilassatevi e preparatevi a condividere tutto in tempo reale, sul web o nella realtà. Lasciatevi andare per lo spettacolo che viene riscritto ad ogni replica.” È questo lo spirito con cui vivere uno spettacolo imprevedibile almeno quanto lo è la vita che vuole portare in scena, accompagnato dai brani di Monologhi pop, che Martino racconta così:

Abbiamo cercato un nome che potesse racchiudere il mio mondo artistico, che fosse attuale e soprattutto rispettoso dell’intoccabile teatro-canzone. E poi, diciamoci la verità, se lo avessimo definito teatro-canzone i Gaber-integralisti ci avrebbero odiato e additato come pazzi, i ragazzi liquidato pensando “che palle il teatro” e gli addetti ai lavori scritto ‘Ecco, un altro che porta in giro Gaber’”. Beh, che il viaggio cominci.