Mika, ‘No Place in Heaven’: «Sono uscito dal guscio con un disco emozionale, sincero e fragile». Intervista

É come ce lo si aspetta, eppure lascia senza parole: alto, un po’ allampanato, con un’eleganza stile bohémien e un tocco quasi da personaggio di fantasia. In una parola disarmante, o geniale, a scelta. Lui è Mika, che ha presentano il suo nuovo album dal titolo No Place In Heaven (Virgin/Emi per Universal Music), disponibile dal 15 giugno in digitale e dal 16 giugno in formato fisico. Un disco corposo, con undici tracce inedite alle quali si aggiungono le bonus tracks nell’edizione deluxe, quattro brani come «strumento di approfondimento per entrare più a fondo nel percorso di lavoro che ha portato all’album e poter guardare l’artista ancora più in profondità», specifica Mika.

MIKA 2015Artista originale e carismatico, negli ultimi mesi si è diviso fra tv, talent show e musica, lavorando al suo progetto discografico tra Francia, Italia e USA. Ma il cantautore chiarisce subito quale è il focus della sua vita: «Fin dall’inizio, ho accettato di fare il giudice a X Factor e poi a The Voice of France solo per un motivo: potermi permettere di fare un album esattamente come volevo io». E No Place In Heaven giunge, ora, dopo due anni di intensa attività creativa insieme al produttore Gregg Wells («un poliziotto nel curare gli aspetti musicali», racconta Mika) col quale è stato messo a punto un disco che sa sorprendere, tra melodie pop/dance e testi estremamente personali.

Quali sono le differenze principali tra questo nuovo lavoro e i precedenti album?

No Place in Heaven è un disco molto intenso, di rottura rispetto a The Origin of Love: è più chiaro, più trasparente, più personale e lineare. È più diretto, schietto, senza “analogie”: come si dice in italiano? Ecco, senza metafore. E poi è molto pop. Lavorare a questo album è stato quasi un percorso di purificazione rispetto al passato e a un senso di vergogna nell’esporsi, nel parlare di se stessi e della propria sessualità o come gestire questa idea. Cinque anni fa ero più distaccato, non parlavo di niente, non parlavo di amore o cuori infranti. E se sono diventato più trasparente è merito anche dell’Italia.

Le melodie di No Place in Heaven sono spesso allegre e giocose ma nei testi esprimi anche nostalgia e dolore. Quali sono i temi principali che affronti nei tuoi testi?

Partiamo dal titolo: vuole esprimere gioiosità. Non sto cercando uno spazio in Paradiso: se c’è, bene, altrimenti va bene lo stesso, resto dove sono. Parlo di libertà, di crescita, di quello che sono e di quello che vorrei diventare, in maniera molto cristallina, senza nascondermi. È un coming out? Ma che significa poi? Piuttosto è un uscire dal guscio, un liberarsi, quello sì. Unire musica allegra con testi malinconici è la mia firma, rispecchia il mio modo gestire la vita stessa. Così unisco vita e musica.

Photo Credit: Francesco Prandoni

Photo Credit: Francesco Prandoni

Nell’album hai raccolto tante tracce, come hai scelto la tracklist?

È stato difficile scegliere le canzoni del disco e ho dovuto creare tracklist diverse per i diversi paesi del mondo in cui il disco è pubblicato. Quello che ho ricercato nel lavorare a questo album sono state trasparenza emozionale e fragilità.

Tra le tracce più intense e intime, ma anche con una dose di ironia sorprendente c’è All She Wants: ce la racconti?

All She Wants, un dialogo con mia madre. A 14 anni ho iniziato a capire che la mia vita forse sarebbe stata diversa da quella che mia madre avrebbe voluto e nel pezzo racconto questo. Mia madre è orgogliosa di quello che faccio, ma so anche che avrebbe voluto figlio più tranquillo, con una moglie e una famiglia con cui pranzare la domenica.

Il racconto di sé che Mika propone in questo percorso musicale e di vita è l’evoluzione da crisalide a farfalla di una persona che ha saputo sciogliersi da vincoli e retaggi culturali che per tanto tempo lo hanno avvinto, e che nella sua anima hanno comunque lasciato tracce. Grazie, allora, anche a quei dodici Good Guys eroi d’infanzia che hanno saputo vivere controcorrente, con il coraggio di distinguersi, da James Dean a Rimabud. «Un italiano che aggiungerei? Dario Fo, quando però è di buon umore», dichiara l’artista.

Tra i Good Guys che citi nell’omonimo brano annoveri Freddy Mercury. Quanto è stato importante l’incontro coi i Queen nel tuo percorso artistico?

Conoscere la musica dei Queen è stato per me fondamentatale. Dopo aver studiato musica classica, scoprire la teatralità non eccessiva, anzi leggera, che i Queen hanno saputo costruire nel rock mi ha aiutato tantissimo nello scrivere musica pop. Per questo album mi sono ispirato anche a molti altri artisti, dal primo Elton John a Billy King.

Hai lavorato tra USA e Italia. Come hai proceduto?

Ho scritto e registrato l’album tra Milano e Los Angeles. Mentre lavoravo ai Convey Studios, negli studi a fianco c’erano Max Martin, Pharrell…ma presto mi sono accorto che non era l’ambiente giusto per me per fare un album. Allora, tramite Internet, ho affittato una casa sulle colline di Hollywood senza sapere che apparteneva a Orlando Bloom. Così, mentre componevo e registravo, ogni mezz’ora dovevo fermarmi perché passava regolarmente un bus turistico che si fermava per mostrare la zona. E così capitava che mi scambiassero per Bloom anche mentre facevo jogging [ride, ndr]

Photo Credit: Francesco Prandoni

Photo Credit: Francesco Prandoni

Oltre al disco, ti stai dedicando anche a un libro autobiografico: cosa puoi anticipare in merito?

In verità quello che sto scrivendo è più un diario, sincero e divertente, che racconta aspetti diversi di me e della la mia storia: in un capitolo parlo dell’origine mitologica della mia famiglia, in quello dopo della mia frustrazione quando sono al supermercato…Sono capitoli per entrare un po’ nella mia vita.

Con il live al Fabrique apri la stagione di concerti, che continueranno in Italia con altre date a luglio e settembre 2015. Come sarà il tour?

L’idea visuale alla base del tour è legata alla cover di No Place in Heaven: un percorso di trasformazione per raccontare storie diverse, con elementi semplici. Ci sono il Futurismo italiano e il surrealismo, così come l’idea dell’Utopia: vorrei che fosse un tour imperfetto ma emozionale,costruito su un susseguirsi di dream sequences con balletti. E vorrei riuscire a creare l’illusione di un ambiente di fantasia tramite strumenti semplici, addirittura quotidiani. Ci saranno nuovi arrangiamenti, per mantenere sempre un’atmosfera carica di tensione e per riproporre anche brani meno famosi in una nuova versione.

Quello di Mika è un carisma puro e delicato, che traspare dalla schiettezza e semplicità con cui parla, in un italiano dai “neologismi” spassosi che ne definiscono in maniera unica anche la personalità artistica. Mentre presenta il suo album, in quel misto di entusiasmo e nostalgia dolceamara che incarna, confessa che «è un momento un po’ triste: quando pubblichi un album, si perde qualcosa che finora è stato solo tuo e lo si consegna a tutti gli altri. In questo un po’ di malinconia c’è», quasi la sensazione di una festa che langue. Ma, in fondo, quello che ci auguriamo non è nient’altro che poter dire, alla fine dell’ultima festa (Last Party), “it was the best time we ever had”.